La storia romantica di una contadina di Palombara

La storia romantica di una contadina di Palombara

11 ott 2011

Una contadina di Palombara Sabina e uno dei più grandi scultori francesi dell’Ottocento. Una storia romantica da non sembrar vera, dol­ce come la stagione in cui ebbe inizio, triste come la stagione in cui ebbe termine.

Nella seconda metà dell’Ottocento, giungeva a Roma lo scultore francese Jean Baptiste Carpeaux, per studiare le opere d’arte di Michelangelo. I giorni trascorsi nelle Gallerie Vaticane furono in­tensi. Ma la vera ispirazione sentiva venirgli dai personaggi della vita reale, dagli uomini arguti, dai vecchi al sole sulla porta di casa, dalle belle donne di Trastevere.

La romantica storia iniziò appunto a Trastevere, il rione in cui molte ragazze di Palombara si recavano per “scacchiare” le vigne.

Jean Baptiste fu attratto da una di loro, bella, esile e vivace. Le chiese se volesse posare per lui. Ella accettò. “Come ti chiami?”, le domandò Carpeaux. “Barbara Pasquarelli”, rispose arrossendo la ragazza. “Ti chiamerò Palombella!”, stabilì lo scultore.

Jean Baptiste era pazzamente innamo­rato di Barbara e scolpì un busto della fanciulla inviato a Parigi come saggio della sua attività di borsista. L’opera trionfò al “Salon”. Un giorno l’avrebbe sposata. Ma Barbara aveva una madre che “si faceva i conti sulle dita” e a Palombara c’era chi avrebbe sposato la figlia subito, un “casarecciotto” , Ber­nardino Palmieri, un po’ an­ziano, ma con gli scudi.

Carpeaux, d’altra parte, attraversava un periodo critico per le difficoltà a realizzare un gruppo plastico d’ispirazione dantesca. Per scolpire “II conte Ugolino”, Jean Baptiste aveva affittato uno studio lontano da Villa Medici ove poteva lavorare in solitudine. Si era immerso nel lavoro ma era sempre sconten­to e pieno di tormenti.

Barbara lo incoraggiava nei momenti di sconforto. Ma non poté sottrarsi al matrimonio. Cominciarono così i gior­ni tristi. Carpeaux lavorava sul marmo. Barbara soffriva percossa dal marito geloso. Jean Baptiste esponeva con grande successo di pubblico, Barbara era gravemente malata e stava per morire.

Era il dicembre del 1861.

Lo scultore, informato delle gravi condizioni di Barbara, corse a Palombara. Gli occhi spenti di Palombella si illuminarono: “Hai sacrificato il nostro amore alla statua. Non sono ge­losa. Il bambino è nato pochi giorni fa. Abbine cura Gian Battista”, furono le sue ultime parole.