La via Tiburtina

Alla scoperta dell’antica Tibur, tra spettacoli d’acqua e ville monumentali

La via Tiburtina nel suo primo tratto ricalcava percorsi antichissimi legati alla transumanza; successivamente, dopo la fondazione di Carseoli e Alba Fucens fu prolungata fino al mar Adriatico con il nome di Tiburtina Valeria. Uscendo dalle mura Aureliane attraverso la porta Tiburtina, ancora ben conservata, la via proseguiva attraverso la basilica paleocristiana di San Lorenzo fuori le Mura dell’età di Costantino, Ponte Mammolo sul fiume Aniene, la statio ad Aquas Albulas, il grande complesso termale coincidente con la moderna Tivoli Terme e le cave di travertino (lapis tiburtinus) utilizzate già nel III secolo a.C.
Tivoli sorge dove il bacino superiore dell’Aniene termina, dando origine a spettacolari cascate. L’imperatore Adriano rimase affascinato dalla campagna pianeggiante sottostante l’antica Tibur, tanto che qui volle costruire la sua villa di 120 ettari tra il 118 ed il 128 d.C. Sicuramente l’imperatore partecipò alla progettazione dell’intero complesso chiamando le differenti ale con i nomi dei luoghi più celebri della cultura classica di ispirazione greca: Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Pecile, Valle di Tempe. La visita di Villa Adriana inizia dal Pecile, monumentale quadriportico destinato alla gestatio, ovvero alla salutare passeggiata che i medici romani consigliavano di fare dopo il pranzo. E’ ispirato alla Stoà Poikile di Atene, una sorta di portico-museo che ospitava le opere dei maggiori pittori greci. Procedendo sull’asse nord-sud, dopo l’imponente complesso termale delle Piccole e Grandi Terme, si giunge al Canopo, grande bacino rettangolare che evocava il canale che dalla città di Alessandria portava a Canopo, nel delta del Nilo. Uno dei lati corti della vasca termina in un ninfeo ad esedra, denominato Serapeo (dal nome del dio Serapide, un tempo abbellito da una scenografica scultorea). Pare che l’area fosse dedicata alla memoria di Antinoo, favorito dell’imperatore, annegato nelle acque del Nilo e poi divinizzato. Su una collinetta ad ovest si estendono i resti del Palazzo imperiale, affiancato da un movimentato porticato con giardino centrale.
La parte della villa che meglio rispecchia il carattere di Adriano è però il Teatro marittimo, forse lo studio provato dell’imperatore che lì poteva isolarsi dal resto del mondo. E’ un piccolo isolotto artificiale circondato da un canale anulare e raggiungibile attraverso un ponticello mobile.
Al culmine dei tornanti tracciati dalla via Tiburtina si giunge a Tivoli abitata fin dall’VII secolo a.C. e divenuta in seguito municipium romano. Fra i monumenti più importanti sono i due templi sull’acropoli: il tempio di Vesta, a pianta circolare con colonne corinzie e il tempio della Sibilla, a pianta rettangolare. Il culto più venerato era però quello di Ercole presso l’omonimo santuario, costituito da un insieme di costruzioni comprendenti un tempio ed una vasta corte porticata su tre lati.
La fama di Tivoli è dovuta anche a Villa d’Este, dal nome del cardinale Ippolito d’Este, governatore della città nel 1550 e progettata da Pirro Ligorio. Le acque dell’Aniene furono convogliate per alimentare le splendide fontane: le cento Fontane, la fontana del Bicchierone, quella dell’Organo (organo idraulico tuttora funzionante), dell’Ovato e dei Draghi. Un tripudio di giochi in cui natura ed artificio intrecciano sottili dialoghi, come esempio di architettura di giardini.
Ben diversa, trecento anni dopo, la vicenda di Villa Gregoriana, dal nome di papa Gregorio XVI. Dopo una disastrosa piena che nel 1826 travolse la città, il pontefice decise di intervenire deviando le acque attraverso due gallerie sotto il monte Catillo e dando così origine ai suggestivi paesaggi della villa.
La prosecuzione della via è fiancheggiata da piccoli borghi, come Vicovaro, nota per il Convento di San Cosimato di matrice monastica. Il monastero sorse sui resti di una villa romana, le cui cisterne sono tuttora visibili nei sotterranei. Sotto il complesso monastico poi, si aprono sulla parete rocciosa della rupe alcune suggestive grotte, dove si ritirarono a meditare i primi eremiti.
Una breve deviazione conduce a Licenza ed ai resti della villa che Mecenate donò al poeta latino Orazio e che quest’ultimo citò spesso nelle sue Odi. La villa era degna di un romano facoltoso e colto, con numerose stanze ed ambienti, un grande quadriportico ed un balneum. La villa dovette essere essenzialmente un luogo di riposo, dove praticare il famoso otium, dedicato alle attività dell’intelletto, alle cure domestiche e della proprietà.
Da Tivoli un’altra arteria secondaria si dirigeva poi verso Sublaqueum, odierna Subiaco, nota per la villa di Nerone, costituita da più padiglioni intorno a tre laghi artificiali e per i suoi monasteri. Nel V secolo infatti, il giovane Benedetto, inorridito dalle lotte intestine della chiesa di Roma, si ritirò giovanissimo tra le montagne sublacensi, e qui visse in completa solitudine in una grotta. Dopo aver iniziato la sua predicazione rivolta ai pastori della zona, fondò ben tredici monasteri basati sulla regola benedettina “ora et labora”.
Oggi i Monasteri di Santa Scolastica ed il Sacro Speco restano testimoni grandiosi della spiritualità del territorio sublacense, immersi in una natura ancora selvaggia.

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