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IL MONUMENTO NATURALE
Estensione: 40 ettari
Sede: c/o RomaNatura, Villa Mazzanti, Via Gomenizza 81- 00195 Roma
Telefono: 06 35491587
Sito web: www.romanatura.roma.it
Accessi: Via Santa Maria di Galeria 691 (accesso solo per visite guidate organizzate)
Galeria Antica, oggi Monumento Naturale di circa 40 ettari gestito dall’Ente Regionale RomaNatura, è una delle più affascinanti “città morte” del Lazio: un luogo in cui storia, geologia e natura si intrecciano in modo quasi perfetto. I resti di questo suggestivo villaggio medievale, le cui origini affondano probabilmente nel periodo etrusco, si ergono su un imponente sperone tufaceo che domina il corso del fiume Arrone, nei pressi dell’attuale Via Braccianese. Qui il tempo sembra essersi fermato, e l’impressione che si ha varcando l’antica porta della città è quella di entrare in un paesaggio sospeso, dove la presenza umana è ormai solo una traccia, inglobata dal verde. L’ambiente è quello tipico delle forre dell’Alto Lazio: incisioni profonde scavate nei tufi vulcanici, pareti verticali ombrose e un microclima umido che favorisce una vegetazione lussureggiante.
IL TERRITORIO
A disegnare il paesaggio è il discreto serpeggiare del fiume Arrone, emissario del lago di Bracciano, che nel suo percorso verso il Tirreno incide le lave e i tufi prodotti dall’antico vulcano sabatino, attivo fino a circa 100.000 anni fa. Questi suoli, ricchi di minerali e facilmente lavorabili, hanno favorito per millenni l’insediamento umano. Il terreno è fertile, la vegetazione rigogliosa, pronta a riconquistare ogni spazio lasciato libero quando l’intervento dell’uomo viene meno. Il fiume Arrone, che scorre da ovest verso il Tirreno, ha continuato nel tempo l’opera delle pressioni tettoniche e vulcaniche, scavando il suo letto e creando microhabitat ricchi di umidità, ideali per molte specie vegetali e animali. Le forre ospitano fitte boscaglie dominate da aceri e olmi, mentre lungo le sponde del corso d’acqua prevalgono salici e ontani, specie adattate a vivere in ambienti umidi e soggetti a periodiche esondazioni. Su una delle alture che sovrastano il fiume sorse, forse già in età etrusca, un insediamento umano. Alcuni studiosi ritengono che qui sorgesse un insediamento chiamato Careia, forse controllato prima da Cerveteri e poi da Veio, due delle principali città-stato etrusche. Le necropoli con tombe a camera scavate nella roccia lungo la forra e alcuni resti murari sono la testimonianza di questa fase. Altri ipotizzano un’origine latina, richiamando il nome della tribù dei Galerii. Comunque, alcuni resti murari ritenuti molto antichi dagli archeologi testimoniano una frequentazione molto remota e continuativa.
Nel Medioevo Galeria divenne un borgo fortificato di discreta importanza, situato in una posizione strategica tra la Via Clodia, la Via Cassia e la Via Aurelia. Il centro si sviluppò attorno a un castello e a strutture difensive, probabilmente controllate da potenti famiglie nobiliari locali, come gli Orsini e gli Odescalchi. Si sa, inoltre, che nel 1204 venne consacrata la chiesa di Sant’Andrea – il cui campanile romanico ancora oggi emerge tra le chiome degli alberi – segno di una comunità viva e strutturata. Le cronache ricordano anche una disastrosa piena dell’Arrone alla fine del Seicento, evento che potrebbe aver contribuito al progressivo declino del centro. L’abbandono definitivo di Galeria viene collocato tra il XVIII secolo e i primi anni del 1800, probabilmente a causa di saccheggi, difficoltà igienico-sanitarie (epidemia di malaria) e della vicinanza con Roma, che attirava risorse e popolazione. Da quel momento iniziò una lunga fase di oblio: il villaggio divenne una cava a cielo aperto, da cui le popolazioni dei dintorni lo spogliarono dei materiali edilizi riutilizzabili per costruzioni e pavimentazioni nei loro paesi.
Solo in tempi recenti è rinato l’interesse storico e naturalistico per l’area, che ha portato all’istituzione dell’area protetta nel 1999 dichiarandola Monumento Naturale e affidandone la gestione all’Ente Regionale RomaNatura con l’obiettivo di tutelarne i valori naturali e archeologici. Chi oggi si inoltra sul piccolo colle dove un tempo ferveva la vita di una comunità medievale si trova davanti a scorci che avrebbero incantato un pittore neoromantico dell’Ottocento.
L’antico villaggio, completamente abbandonato da circa due secoli, è ormai coperto da una vegetazione matura e complessa. Dominano i lecci, alcuni dei quali secolari, affiancati da imponenti edere, cerri, roverelle e bagolari. In molti casi alberi e mura sembrano fondersi, in un abbraccio che racconta bene la forza della successione ecologica. Arbusti come rovo, rosa selvatica e vitalba popolano le stradine che un tempo percorrevano l’abitato. Non sorprende osservare una ricca presenza di specie rupestri e ruderali, adattate a crescere tra le fessure delle rocce e dei manufatti tufacei residui: l’ombelico di venere, la parietaria e la felce cedracca sono tra le più comuni. Ai piedi della rupe, lungo l’alveo roccioso dell’Arrone, l’umidità favorisce lo sviluppo di felci spettacolari come la lingua di cane e il delicato capelvenere, già apprezzato in epoca antica per le sue presunte proprietà medicinali. Anche il popolamento animale è degno di nota. Nei boschi e nei campi circostanti vivono istrici, volpi, tassi, ricci, biacchi, fagiani e numerose specie di uccelli come upupa, gruccione, cinciallegra e allocco. Tra le rovine si aggirano di notte donnole, civette, barbagianni e diverse specie di pipistrelli. I cieli sopra le rovine sono spesso solcati dal gheppio, mentre non è raro, in estate, osservare il nibbio bruno in migrazione. L’area ripariale ospita specie legate all’acqua, come il martin pescatore, l’usignolo di fiume, la rana verde e la natrice dal collare.Nelle ore più calde, non è difficile imbattersi nelle lucertole campestri e muraiole e talvolta anche nei gechi comuni, pronti a nascondersi al minimo movimento sospetto. In primavera, sia nei campi circostanti sia nelle zone più assolate, è facile incrociare numerose farfalle, tra le quali ricordiamo l’atalanta, la cedronella, il macaone e la vanessa multicolore. Tra i pesci si segnalano barbi, rovelle, anguille, cavedani e ghiozzi di ruscello, indicatori di una discreta qualità delle acque. I ruderi stessi offrono rifugio a civette, codirossi spazzacamino, passere d’Italia e storni, confermando come le strutture abbandonate possano diventare importanti habitat secondari per la fauna.Visitare Galeria Antica significa compiere un viaggio nel tempo, ma anche osservare dal vivo come la natura sia capace di riappropriarsi degli spazi, trasformando le tracce dell’uomo in nuove opportunità di vita. Un modello di come un sito abbandonato molti secoli fa possa trasformarsi, grazie alla natura e alla tutela, in un “museo a cielo aperto”, dove storia e biodiversità convivono in un equilibrio tanto fragile quanto affascinante.
LA VISITA
L’accesso al Monumento Naturale avviene tramite una deviazione segnalata lungo via di Santa Maria di Galeria, strada che dalla via Aurelia confluisce poco più a nord sulla via Claudia Braccianese. Lasciata l’auto, si prosegue a piedi lungo uno stretto sentiero che conduce a una mulattiera immersa nel verde, dalla quale si scorgono presto le rovine. Superata l’antica porta della città, accanto ai resti di una torre di guardia un tempo dotata di orologio, ci si addentra tra vicoli e abitazioni diroccate, in un ambiente quasi fiabesco, con la raccomandazione di muoversi con cautela per la possibile instabilità delle strutture. Entro i muraglioni del borgo, alti fino a 30 m, abitazioni, chiese e campanili sono quasi seppelliti dall’abbraccio di querce, alcune delle quali secolari, degli allori, veri e propri alberi, misti tutt’intorno ad aceri e olmi e, verso il fiume Arrone, salici bianchi e ontani. Poco distante dall’ingresso svetta tra le fronde il campanile della chiesa di Sant’Andrea, consacrata nel 1204 e demolita nel 1837 per recuperare materiale edilizio. Scendendo verso l’Arrone, tra felci e suggestivi archi naturali, si scopre un ambiente ancora diverso, intimo e silenzioso, capace di evocare epoche lontane. Da lì, dopo aver costeggiato per un po’ il corso d’acqua, si può poi tornare al punto di partenza. L’intero percorso prende circa un’ora e trenta.
DUE CURIOSITA’
Il codirosso spazzacamino
Il codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros), è un passeriforme di piccole dimensioni (15 cm) che predilige le zone archeologiche e ruderali. È inconfondibile per la coda rosso-ruggine in entrambi i sessi, che viene agitata di continuo quando si posa a terra; il maschio si distingue per la vistosa colorazione nero-fuligginosa con una evidente macchia bianca sulle ali. Le femmine e giovani sono simili ai maschi ma più uniformemente grigiastri e privi di banda alare bianca. Nidifica su anfratti o sporgenze riparate di manufatti, spesso riadattando vecchi nidi. È una specie strettamente solitaria e si può osservare frequentemente quando sta posata in posizione eretta bene in vista su posatoi elevati muovendo la coda su e giù in modo caratteristico la coda. In genere dal posatoio si lancia sulla preda in volo o a terra, ma talvolta la cerca anche partendo direttamente da terra. Si ciba prevalentemente di insetti catturati in volo (soprattutto mosche e farfalle), ma anche di piccoli invertebrati che si muovono sul terreno e talvolta di bacche. Negli ultimi anni la sua presenza è andata via via aumentando, così da diventare una specie relativamente frequente non solo nelle aree periferiche con presenza di manufatti e ruderi, ma anche nelle zone più urbanizzate.
La Roverella
La roverella (Quercus pubescens) è una quercia decidua molto rustica, capace di colonizzare ambienti aridi, pendii assolati e suoli poveri, dove altre piante faticano a crescere. Proprio questa sua resistenza la rende una presenza chiave negli ecosistemi forestali dell’Italia centro-meridionale. Il suo tronco è generalmente diritto, ma può diventare contorto negli individui più vecchi o esposti a vento e siccità. La corteccia, grigio-bruna e profondamente solcata, si ispessisce con l’età e costituisce una protezione efficace contro le alte temperature e gli incendi superficiali. La chioma è ampia e irregolare, spesso espansa lateralmente, in grado di offrire un’ombra fitta e preziosa nei mesi estivi. Le foglie sono una delle caratteristiche più riconoscibili: lobate, simili a quelle della farnia, ma ricoperte da una sottile peluria, soprattutto sulla pagina inferiore e sui giovani germogli. Tale pubescenza – da cui deriva il nome della specie – riduce la perdita d’acqua e rappresenta un efficace adattamento alla siccità. In autunno assumono tonalità giallo-brune e spesso restano secche sui rami per buona parte dell’inverno. Le ghiande, raggruppate anche a 3-4 su un breve peduncolo, sono una risorsa alimentare fondamentale per numerosi animali selvatici, come cinghiali, ghiandaie e roditori. Questa quercia, molto longeva, fornisce un legno duro e resistente, utilizzato come legna da ardere, per la produzione di carbone vegetale e per manufatti agricoli.