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Parchi e riserve
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IL PARCO
Estensione: 15.000 ettari
Sede: Via Cesare Battisti, 5 – 00040 Rocca di Papa (RM)
Telefono: 06 9479931
Sito web: www.parcocastelliromani.it
Accessi: numerosi sentieri partono dai 17 comuni che rientrano nel territorio del Parco: Albano Laziale, Ariccia, Castel Gandolfo, Ciampino, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Compatri, Monte Porzio Catone, Nemi, Pomezia, Rocca di Papa, Rocca Priora, Velletri
Il Parco Regionale dei Castelli Romani, istituito nel 1984, si estende per circa 15.000 ettari a sud-est di Roma e comprende il territorio di 17 comuni. L’aspetto che più caratterizza il territorio del Parco è la sua origine vulcanica. L’area coincide infatti in gran parte con il distretto dei Colli Albani, un vasto complesso vulcanico formatosi tra 600.000 e 20.000 anni fa. L’attività eruttiva, oggi considerata quiescente, ha dato forma a un paesaggio di crateri, colate laviche, coni e depressioni, successivamente modellato dall’erosione naturale e dall’azione dell’uomo.
IL TERRITORIO
I laghi del Parco, di Albano e di Nemi, rappresentano alcuni degli esempi più noti di laghi craterici in Italia. Entrambi occupano antichi crateri vulcanici e sono caratterizzati da acque profonde, sponde ripide e un bacino idrografico ridotto. Queste peculiarità li rendono ecosistemi molto delicati, sensibili sia alle variazioni climatiche sia alle attività umane, come il prelievo di acqua e l’inquinamento. Altitudine, esposizione e natura dei suoli vulcanici contribuiscono a determinare un clima generalmente più fresco e umido rispetto alla pianura romana. I terreni, particolarmente ricchi di minerali, hanno favorito nel corso dei secoli lo sviluppo di boschi diversificati e di un’agricoltura produttiva, apprezzata fin dall’epoca antica.
Il territorio dei Castelli Romani è abitato e coltivato da migliaia di anni. Già in epoca preromana, le popolazioni latine sfruttavano le risorse agricole e forestali dell’area. Con l’espansione di Roma, il paesaggio si arricchì di ville, strade, acquedotti e opere di drenaggio, alcune delle quali, come l’emissario del Lago Albano, sono ancora oggi visibili e funzionanti. Nel Medioevo e nell’età moderna, l’area divenne sede di borghi fortificati e residenze nobiliari, da cui deriva il nome “Castelli Romani”. L’agricoltura, e in particolare la viticoltura, continuò a svolgere un ruolo centrale, contribuendo a creare l’attuale mosaico di boschi, coltivi, pascoli e centri abitati.
La vegetazione del Parco riflette chiaramente la storia geologica, climatica e umana del territorio. I suoli vulcanici, profondi e ricchi di minerali, insieme a un clima relativamente fresco e umido, favoriscono comunità vegetali ricche e varie. Tuttavia, la copertura vegetale attuale è il risultato di secoli di intervento umano, che ha profondamente modificato i boschi originari. La formazione forestale più estesa e caratteristica è il castagneto. Sebbene spesso considerato “naturale”, il castagno è una specie fortemente legata alla gestione umana, favorita per secoli per la produzione di legname e castagne. I boschi di castagno occupano ampie superfici del Parco, soprattutto sui versanti dei rilievi vulcanici, e presentano una struttura piuttosto uniforme. Dal punto di vista ecologico ospitano un sottobosco relativamente povero, ma includono specie tipiche degli ambienti forestali come felci, edera, pungitopo e il ciclamino autunnale, molto diffuso e facilmente osservabile durante la fioritura.
Accanto ai castagneti si trovano boschi di querce, più vicini alla vegetazione potenziale originaria. Le specie più comuni sono la roverella e il cerro, mentre nelle aree più calde ed esposte è presente il leccio, tipico delle formazioni mediterranee sempreverdi. I querceti ospitano una maggiore biodiversità vegetale rispetto ai castagneti, con un sottobosco ricco di arbusti come biancospino, nocciolo, corniolo e prugnolo. Nelle zone più elevate e fresche del parco si rinvengono faggete relitte, testimonianza di periodi climatici più freddi. La presenza del faggio è di grande interesse biogeografico, poiché rappresenta il limite meridionale e altitudinale di questa specie nell’Italia centrale tirrenica. I laghi di Albano e di Nemi, insieme alle zone umide minori, ospitano comunità vegetali specifiche. Lungo le sponde si sviluppano canneti di Phragmites australis e fasce di vegetazione igrofila con tife, giunchi e carici. La flora erbacea è particolarmente ricca e comprende numerose specie tipiche dei prati, dei margini dei boschi e delle aree agricole tradizionali. Di particolare interesse sono le orchidee spontanee, con diverse specie dei generi Orchis, Anacamptis e Ophrys, legate a prati magri e ambienti poco disturbati.
La fauna rispecchia la varietà di ambienti presenti e la posizione geografica dell’area, che funge da zona di transizione tra la pianura costiera laziale e l’Appennino. Tra i mammiferi, il cinghiale è una delle specie più diffuse e facilmente riconoscibili. La sua popolazione è aumentata negli ultimi decenni a causa dell’abbandono delle attività agricole e della frammentazione del territorio, con conseguenti problemi di gestione e di convivenza con l’uomo. Accanto al cinghiale sono presenti altri ungulati, come il capriolo, reintrodotto in alcune zone e oggi localmente stabile. I carnivori sono rappresentati soprattutto dalla volpe, specie molto adattabile, e dal tasso, legato ai boschi e ai margini dei coltivi. Sono presenti anche la faina e la donnola, più elusive e difficili da osservare. Da diversi anni vi sono anche branchi stabili di lupo che è tornato a colonizzare molti degli ambienti del parco.
Tra i mammiferi di più piccole dimensioni si segnalano il riccio, l’istrice, riconoscibile per i suoi aculei, e numerose specie di micromammiferi, come arvicole, toporagni e roditori, fondamentali per il funzionamento delle catene alimentari. Gli uccelli costituiscono uno dei gruppi faunistici più ricchi e studiati del parco. Nei boschi vivono specie tipiche degli ambienti forestali, come il picchio verde, il picchio rosso maggiore e la ghiandaia, importante anche per la dispersione dei semi delle querce. Tra i rapaci diurni si osservano la poiana, il falco pellegrino, che nidifica su pareti rocciose ed edifici, e il nibbio bruno durante le migrazioni e nel periodo estivo. I rapaci notturni includono l’allocco, il barbagianni, l’assiolo, la civetta e il gufo comune. I laghi e le zone umide svolgono un ruolo fondamentale per l’avifauna acquatica. Qui è possibile osservare il germano reale, la folaga, lo svasso maggiore e, nei periodi migratori, numerose specie di anatre, che utilizzano l’area come luogo di sosta e alimentazione. Il parco ospita anche diverse specie di rettili di grande interesse, legati alla presenza di ambienti umidi e forestali ben conservati.
Tra i rettili sono comuni il ramarro occidentale, il biacco, il saettone, l’orbettino, tutte specie non velenose diffuse nei boschi e nei prati. Gli anfibi, particolarmente sensibili alla qualità ambientale, rappresentano importanti indicatori ecologici. In laghi, pozze temporanee e fossi sono presenti specie come il tritone crestato italiano, il tritone punteggiato, l’ululone a ventre giallo, la rana appenninica, tutte specie di rilevante interesse conservazionistico a livello europeo. I laghi di Albano e di Nemi ospitano diverse specie di pesci, sia autoctone sia introdotte dall’uomo per scopi alimentari o sportivi. Tra le più note si segnalano il luccio, la carpa e il persico reale. La presenza di specie alloctone costituisce una delle principali criticità per l’equilibrio degli ecosistemi acquatici, poiché può alterare le comunità originarie e la qualità delle acque. Gli invertebrati, spesso meno appariscenti, rappresentano la componente più abbondante e diversificata della fauna del parco. Farfalle, coleotteri, imenotteri e molti altri gruppi svolgono un ruolo essenziale nell’impollinazione, nella decomposizione della materia organica e come base delle reti trofiche.
LA VISITA
Il sentiero che costeggia il Lago di Albano è uno degli itinerari più suggestivi e frequentati del Parco Si tratta di un percorso ad anello che permette di esplorare da vicino uno dei laghi craterici più profondi d’Italia.
Il percorso può iniziare dalle Mole di Albano, nei pressi dell’emissario romano, facilmente raggiungibile dal centro abitato di Castel Gandolfo. Camminando attorno al lago si attraversano soprattutto castagneti e querceti che ricoprono le pendici ripide del cratere vulcanico. Il sentiero si sviluppa per un tratto a mezza costa, offrendo scorci panoramici sulle acque scure e profonde del lago, incassate tra le pareti del cratere. L’ambiente è tipicamente ombroso e fresco, anche nei mesi estivi, grazie alla copertura forestale. Il sottobosco è ricco di felci, edera, ciclamini e pungitopo. Uno degli elementi più affascinanti lungo il percorso è l’emissario del Lago di Albano, un’opera idraulica di epoca romana per regolare il livello delle acque.
L’emissario, lungo circa 1.800 metri, è ancora oggi funzionante e rappresenta un esempio straordinario di ingegneria antica perfettamente integrata nel paesaggio. Lungo il sentiero si possono osservare anche resti di antiche ville romane, terrazzamenti agricoli e tracce di attività estrattive e forestali più recenti. In alcuni punti sono visibili pareti di roccia vulcanica che mostrano chiaramente la stratificazione dei materiali eruttivi, offrendo un’occasione preziosa per comprendere l’origine geologica del lago. Dal punto di vista faunistico, non è raro avvistare poiane in volo sopra il cratere, picchi nei boschi e, con un po’ di fortuna, volpi e scoiattoli nelle ore più tranquille. Il giro completo del lago si sviluppa per circa 10 chilometri. La durata dell’itinerario è di 3-4 ore, a seconda del passo e delle soste.
DUE CURIOSITA’
La folaga
La folaga (Fulica atra) è facilmente riconoscibile per il piumaggio completamente nero sul quale spicca la caratteristica macchia bianca sulla fronte, detta scudo, dello stesso colore del becco. Gli occhi sono di un intenso rosso e le zampe, grigio-verdastre, terminano con lunghe dita lobate: un adattamento che le permette di nuotare con efficacia senza rinunciare a camminare sulla terraferma. Raggiunge una lunghezza di circa 38 centimetri. Quando nuota è inconfondibile: muove la testa in avanti con scatti decisi e, prima di immergersi, compie un piccolo saltello, riapparendo di solito nello stesso punto. Vola raramente e, per decollare, deve correre a lungo sulla superficie dell’acqua, comportamento simile a quello delle anatre tuffatrici; preferisce infatti spostarsi nuotando o camminando. La folaga si nutre soprattutto in acqua, dove consuma piante acquatiche, alghe, insetti e larve, molluschi e piccoli pesci. Nidifica nei canneti e nella vegetazione acquatica fitta. È una specie gregaria, soprattutto nei mesi invernali, quando forma gruppi di decine di individui, spesso assieme ad altre specie acquatiche come gallinelle d’acqua, germani reali e alzavole.
Il biancospino
Il biancospino (Crataegus monogyna) è un arbusto spinoso e molto ramificato, alto fino a 5 metri, riconoscibile per la corteccia giallo-grigia che tende a scurirsi con l’età. Il nome del genere deriva dal greco krátos, “forza”, e richiama la robustezza del legno e la notevole longevità della pianta: alcuni esemplari possono vivere anche 500 anni. Fin dall’antichità è stato simbolo di speranza e fertilità; non a caso i suoi fiori venivano usati per ornare abiti e acconciature nuziali. Le foglie, caduche e di forma romboidale con margini dentellati, sono di un verde brillante e offrono riparo a numerosi insetti e piccoli uccelli. In autunno assumono tonalità calde, contribuendo alla ricchezza cromatica e biologica del sottobosco. La fioritura avviene tra maggio e giugno: i piccoli fiori bianchi, talvolta rosati e intensamente profumati, attirano molti impollinatori e svolgono un ruolo importante negli ecosistemi locali. I frutti maturano tra novembre e dicembre: sono piccole bacche rosse con un solo seme, molto apprezzate dalla fauna selvatica, che ne favorisce la dispersione. Il biancospino è noto anche per l’elevato contenuto di principi attivi, utilizzati tradizionalmente per le proprietà diuretiche, sedative e vasodilatatrici. I frutti trovano impiego in cucina per marmellate e bevande fermentate, mentre in cosmetica il “bagno di biancospino” è apprezzato per i suoi effetti rilassanti.