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Parchi e riserve
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IL PARCO
Estensione: 18.000 ettari
Sede: Via Adriano Pedrocchi, 11 – 00018 Palombara Sabina (RM)
Telefono: 0774 637027
Sito web: www.parcolucretili.it
Accessi: numerosi sentieri partono dai 13 comuni del Parco: Licenza, Marcellina, Monteflavio, Montorio Romano, Moricone, Orvinio, Palombara Sabina, Percile, Poggio Moiano, Roccagiovine, San Polo dei Cavalieri, Scandriglia, Vicovaro
Il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, istituito nel 1989, si estende su circa 18.000 ettari e protegge un vasto sistema montuoso dell’Appennino centrale. Le quote variano dai 400 metri fino ai 1.370 metri del Monte Pellecchia, la vetta più elevata. Il territorio si sviluppa lungo un asse nord-sud ed è caratterizzato da tre dorsali principali, disposte parallelamente e separate da altopiani erbosi, valli utilizzate a pascolo e rilievi dalle forme più dolci. Il massiccio del Monte Gennaro, ben visibile da Roma, rappresenta un importante spartiacque naturale e in parte nasconde le dorsali del Pellecchia e del Pendente.
IL TERRITORIO
L’aspetto del paesaggio è strettamente legato alla sua storia geologica. Prevalgono le rocce carbonatiche, come calcari e dolomie, mentre nell’area compresa tra Licenza e Percile affiorano marne e altri sedimenti, che danno origine a rilievi più arrotondati. Le profonde incisioni delle valli ospitano una fitta rete di corsi d’acqua, mentre i fenomeni carsici sono ben evidenti nella presenza di piani carsici, doline e bacini come i suggestivi “Lagustelli” di Percile, laghi circolari formatisi in seguito al crollo delle rocce calcaree sottostanti. La varietà delle altitudini, la relativa vicinanza al mare e la complessità del territorio hanno favorito una straordinaria ricchezza di ambienti vegetali. Oltre il 70% della superficie del Parco è coperto da boschi, inclusi quelli che stanno ricolonizzando naturalmente aree un tempo coltivate o adibite a pascolo, oggi abbandonate. L’elevato valore naturalistico ha portato all’istituzione di una Zona di Protezione Speciale (ZPS) e di tre Siti di Importanza Comunitaria (SIC), creati per salvaguardare habitat e specie di interesse europeo. A questo patrimonio naturale si affianca un ricchissimo patrimonio storico e archeologico, che testimonia una presenza umana continua dal Paleolitico al Medioevo, ancora leggibile nei terrazzamenti, nelle ville romane, nei castelli e nei luoghi di culto disseminati nel paesaggio.
Le trasformazioni storiche del territorio sono ben visibili ancora oggi. L’abbandono delle attività agricole e pastorali, dovuto allo spopolamento montano del Novecento, ha innescato un diffuso processo di ricolonizzazione naturale. La varietà delle forme del terreno, la vicinanza al litorale tirrenico e la presenza di diversi livelli altitudinali, dalla collina alla montagna, hanno favorito lo sviluppo di comunità vegetali molto diversificate. Il risultato è un mosaico vegetazionale unico, in cui convivono specie di origine mediterranea, elementi tipici dell’Europa centrale, essenze meridionali e, soprattutto, specie di provenienza balcanico-orientale, che rappresentano uno degli aspetti botanici più interessanti dei Monti Lucretili. Nella fascia pedemontana sud-occidentale, tra Palombara Sabina e Marcellina, compaiono elementi della macchia mediterranea inseriti in boschi termofili a foglia caduca. Fillirea, lentisco, mirto, cisto e leccio arbustivo si associano a orniello e roverella. Accanto a queste specie si trovano presenze particolari come lo storace, simbolo del Parco, l’agrifoglio, l’albero di Giuda e il carpino orientale, di origine balcanica. La natura calcarea di questa parte del territorio favorisce la coesistenza di numerose specie vegetali, tra cui il terebinto, l’alaterno, il corbezzolo, l’acero minore e diverse piante rampicanti come lo stracciabraghe, l’asparago selvatico, la rosa canina e il caprifoglio. Dove il suolo è più ricco di silice prevalgono invece boschi di cerro, accompagnati da acero campestre, sorbo selvatico, corniolo e pungitopo. Salendo di quota, il versante occidentale del Monte Gennaro e il massiccio di Monte Matano sono dominati da leccete e macchia alta, mentre nella fascia montana inferiore compaiono ampie faggete, in alcuni casi prossime alla loro forma più matura, con alberi di grandi dimensioni.
Nelle aree interne sono diffusi boschi freschi a foglia caduca, con imponenti aceri nei pressi dei Pratoni di Monte Gennaro. L’aspetto attuale delle foreste è il risultato anche delle attività tradizionali svolte dall’uomo, come la transumanza e, soprattutto, la produzione di carbone vegetale, molto intensa dalla metà dell’Ottocento. Queste pratiche hanno contribuito a modellare la struttura irregolare di molti boschi. Oggi le superfici forestali coprono circa il 70% del territorio del Parco, includendo anche ambienti in fase di ricolonizzazione. I boschi sono gestiti prevalentemente a ceduo, mentre le fustaie sono meno estese. I rimboschimenti, limitati per superficie, mostrano spesso condizioni di fragilità dovute al pascolo eccessivo e a esposizioni sfavorevoli.
Come la vegetazione, anche la fauna ha risentito profondamente nel tempo dell’azione umana, sia attraverso la caccia sia per le modifiche degli ambienti naturali. Nonostante ciò, l’area protetta conserva ancora oggi un patrimonio faunistico di grande interesse, favorito dalla notevole varietà di habitat. I mammiferi sono ben rappresentati. L’istrice e il tasso frequentano sia le zone collinari sia quelle montane, raggiungendo anche quote elevate. La lepre è diffusa dai margini dei coltivi fino agli altopiani carsici, mentre lo scoiattolo è legato soprattutto alle faggete e alle aree rimboschite. Tra i carnivori sono comuni la volpe, la faina e la donnola; più schivi e meno osservati il gatto selvatico e la martora. Negli ultimi anni si è consolidata la presenza del lupo appenninico. Destano invece preoccupazione i cani rinselvatichiti, responsabili di danni al bestiame, e la forte espansione del cinghiale, oggi molto più diffuso rispetto al passato. La diversità degli ambienti, dai corsi d’acqua ai boschi montani, favorisce una ricca avifauna. Nelle zone agricole e collinari sono comuni numerosi passeriformi, mentre la macchia mediterranea ospita specie legate alla vegetazione più densa. Le faggete accolgono uccelli forestali come picchi, frosoni e cuculi, invece nelle aree sommitali dei Monti Gennaro, Morra e Pellecchia vive la rara coturnice. Tra i rapaci diurni si osservano frequentemente lo sparviero, la poiana e il gheppio, mentre le pareti rocciose ospitano il falco pellegrino. Di particolare rilievo è la presenza di una coppia di aquila reale nidificante sul Monte Pellecchia, il sito riproduttivo più vicino a Roma. Ben rappresentati anche i rapaci notturni, come l’allocco, il gufo comune, la civetta e il barbagianni, spesso legati ai boschi e ai ruderi medievali.
Corsi d’acqua, sorgenti e piccoli laghi ospitano una fauna anfibia di grande interesse, con specie indicative di buona qualità ambientale come la salamandrina dagli occhiali, il tritone crestato italiano e il tritone punteggiato, oltre alle rane rosse, al rospo smeraldino e alla raganella italiana. Tra i rettili si segnalano specie di interesse conservazionistico come la testuggine comune, il cervone e la vipera, insieme al biacco, al saettone, alla luscengola e al vistoso ramarro. Infine, l’eccezionale ricchezza di invertebrati, con oltre 500 specie censite, testimonia l’elevato grado di naturalità del territorio; anche la presenza del gambero di fiume, di numerose farfalle rare e di coleotteri legati ai boschi maturi conferma il ruolo dei Monti Lucretili come autentico scrigno di biodiversità nel cuore del Lazio.
LA VISITA
Uno degli itinerari più suggestivi del Parco parte dal centro di Marcellina e conduce nel cuore del massiccio, toccando due luoghi simbolo: il Monte Pellecchia e i Pratoni di Monte Gennaro. Si tratta di un percorso che unisce natura, panorami e storia, adatto a escursionisti abituati a muoversi in ambiente montano. Dal paese si imbocca uno dei sentieri che risalgono il versante occidentale del Monte Gennaro, attraversando inizialmente ambienti collinari dominati da querceti e macchia mediterranea. Con l’aumentare della quota, il bosco diventa più fresco e ombroso e compaiono le faggete, che in estate offrono silenzio e riparo, interrotto solo dal canto degli uccelli forestali. Non è raro osservare tracce di ungulati o, con un po’ di fortuna, rapaci in volo sopra le creste. Raggiunti i Pratoni di Monte Gennaro, il paesaggio cambia improvvisamente: ampi pianori erbosi di origine carsica si aprono tra le dorsali, offrendo una vista spettacolare sulla Campagna Romana, sui Monti Sabini e, nelle giornate più limpide, fino al mare.
Questi spazi, un tempo utilizzati come pascoli d’altura, rappresentano uno degli ambienti più affascinanti e delicati del Parco. Dai Pratoni il sentiero prosegue verso il Monte Pellecchia (1.370 m), la vetta più alta dei Lucretili. L’ultima salita si snoda tra boschi e tratti più aperti, fino a raggiungere la cima, da cui lo sguardo abbraccia a 360 gradi l’Appennino centrale. Le pareti rocciose del versante sud-orientale ospitano una coppia di aquila reale, simbolo della naturalità di quest’area. Il rientro avviene lungo un percorso ad anello che riporta gradualmente verso Marcellina, attraversando nuovamente boschi e antichi tracciati pastorali. Tempo complessivo di percorrenza: circa 4 ore.
DUE CURIOSITA’
Il lupo
Il lupo (Canis lupus) è un animale schivo, prevalentemente attivo nelle ore notturne, e per questo un incontro diretto è piuttosto raro. La sua presenza, però, può essere riconosciuta attraverso diversi indizi. Ad esempio, le impronte lasciate su terreni molli sono particolarmente evidenti. Un altro segnale inconfondibile è l’ululato, udibile soprattutto al tramonto e di notte, più frequente nella stagione invernale, prima del periodo riproduttivo. Anche gli escrementi possono indicarne la presenza, sebbene il loro riconoscimento richieda una certa esperienza. Possiede sensi molto sviluppati: vede bene al buio, ha un olfatto straordinario che gli consente di individuare una preda a centinaia di metri di distanza e può udire l’ululato di altri lupi fino a circa 10 km. È inoltre un grande camminatore: può percorrere anche 60 km in una notte e raggiungere brevi velocità di 50 km/h, anche se di norma si muove a passo sostenuto. È un predatore generalista che si nutre soprattutto di ungulati come caprioli, cinghiali, lepri, e anche nutrie. Preferisce in genere catturare individui anziani, malati o debilitati, svolgendo così un’importante funzione di selezione naturale e contribuendo all’equilibrio degli ecosistemi. I lupi vivono in branchi territoriali, vere e proprie unità familiari. In Italia un branco è composto mediamente da 4–6 individui e occupa territori molto estesi. Solo la coppia dominante (maschio e femmina alfa) si riproduce una volta l’anno; molti cuccioli però non superano il primo anno di vita. Questo fa sì che il numero di lupi in un’area rimanga naturalmente stabile. L’attuale espansione del lupo in Italia è un fenomeno naturale, favorito dalla disponibilità di habitat e prede, e non da reintroduzioni artificiali.
Il pungitopo
Il pungitopo (Ruscus aculeatus) è una pianta cespugliosa sempreverde, alta tra i 30 e gli 80 cm, facilmente riconoscibile per i suoi clatodi: fusti trasformati che svolgono la funzione delle foglie. Sono ovali, appiattiti, rigidi e terminano con una punta acuminata, da cui deriva l’aspetto “pungente” della pianta. Uno degli elementi più caratteristici del pungitopo sono le bacche rosse, che maturano lentamente dall’autunno fino al pieno inverno. Questi frutti rappresentano una risorsa alimentare preziosa per molti uccelli nei mesi più freddi, contribuendo anche alla dispersione dei semi. Per l’uomo, invece, non sono commestibili: contengono saponine, sostanze tossiche che possono causare disturbi gastrointestinali. Dal punto di vista ecologico, il pungitopo svolge un ruolo importante: oltre a nutrire gli uccelli, i suoi rami fitti e spinosi offrono rifugio a insetti, anfibi e piccoli mammiferi. È considerato anche un bioindicatore, perché la sua presenza segnala ambienti relativamente stabili e in buona salute. La sua resistenza alla siccità e alle pressioni umane lo rende un vero simbolo di resilienza degli ecosistemi mediterranei. Il nome “pungitopo” deriva da un antico uso agricolo: i rami venivano disposti attorno agli alberi da frutto o nelle cantine per impedire ai topi di raggiungere le provviste. In alcune regioni era impiegato anche per realizzare scope, utilizzate persino dagli spazzacamini. Tradizionalmente usato come decorazione natalizia a scopo beneaugurale, è oggi una specie protetta: la raccolta è vietata in molte regioni per contrastarne lo sfruttamento eccessivo.