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Parchi e riserve
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IL PARCO
Estensione: 800 ettari
Sede: Piazza Vittorio Emanuele II, 4 – Calcata (VT)
Telefono: 0761 587617
Sito web: www.parchilazio/valledeltreja.it
Accessi: da Civita Castellana, da Via Narcese, da Calcata, dalle Cascate di Monte Gelato, da Mazzano Romano
Il Parco Regionale Valle del Treja tutela uno degli ambienti naturali più suggestivi e meglio conservati del Lazio: le profonde forre tufacee scavate dal fiume Treja e dai suoi principali affluenti. Istituito nel 1982, il Parco si estende su una superficie di circa 800 ettari, nel territorio dei comuni di Mazzano Romano e Calcata, tra le province di Roma e Viterbo. Il perimetro dell’area protetta segue in gran parte il margine esterno delle gole, delimitando un paesaggio aspro e spettacolare che interrompe bruscamente il profilo dolce delle colline coltivate della campagna circostante.
IL TERRITORIO
L’aspetto attuale della valle è il risultato di una storia geologica lunga e complessa, fortemente influenzata dall’attività dei vulcani del complesso sabatino. Tra 700.000 e 40.000 anni fa, ripetute fasi eruttive hanno ricoperto l’area con spessi strati di materiali piroclastici, in particolare tufi, successivamente modellati dall’azione erosiva delle acque. Il fiume Treja e i suoi affluenti hanno inciso il vasto tavolato vulcanico, scavando canyon profondi e stretti, con pareti ripide che in alcuni punti superano i cento metri di dislivello. Queste forre, coperte da una vegetazione fitta e rigogliosa, costituiscono oggi il cuore più selvaggio e affascinante del Parco. La particolare morfologia delle gole ha dato origine a un fenomeno microclimatico di grande interesse: l’inversione termica. All’interno delle forre la temperatura dell’aria aumenta salendo di quota, anziché diminuire come avviene normalmente. I fondovalle risultano quindi più freschi e umidi rispetto ai pianori soprastanti, soprattutto nei mesi estivi. Questo andamento anomalo si riflette in modo evidente sulla distribuzione della vegetazione. Scendendo lungo le pareti della forra, le specie tipiche degli ambienti mediterranei lasciano progressivamente spazio a comunità vegetali proprie dei boschi montani. In termini semplificati, dal punto di vista botanico, calarsi in una forra equivale a risalire di quota lungo il versante di una montagna, dal livello del mare fino a oltre 900 metri, ma con una sequenza invertita. In alcune gole del Lazio, compresa la Valle del Treja, sopravvivono esemplari di faggio a quote eccezionalmente basse, intorno ai 200 metri sul livello del mare. Anche laddove il faggio è assente, i boschi delle forre ospitano numerose specie tipiche delle faggete appenniniche, veri e propri relitti di periodi climatici più freddi, che conferiscono a questi ambienti un elevato valore fitogeografico.
All’esterno delle forre predominano boschi misti di latifoglie, in particolare querceti a dominanza di cerro, specie a lungo favorita dall’uomo per la produzione di legna da ardere. Accanto al cerro crescono la roverella, più diffusa nei versanti aridi e assolati, l’acero campestre, l’olmo, il carpino nero e, più raramente, la farnia. Il sottobosco è ricco di arbusti come corniolo, biancospino, ligustro e berretta da prete. Si tratta di boschi termofili, adattati a condizioni relativamente calde e asciutte.
Sui versanti più esposti al sole, con suoli poco profondi e soggetti a erosione, i querceti diventano più radi e lasciano spazio a comunità tipiche della lecceta, con specie sempreverdi e arbustive come fillirea, viburno, asparago pungente e robbia. In queste aree si sviluppano anche cespuglieti dominati da ginestra odorosa, cisto femmina e altre specie resistenti alla siccità. All’interno delle forre le condizioni ambientali cambiano radicalmente. La scarsa insolazione e la costante presenza di acqua creano un microclima fresco e umido anche nelle estati più calde. Qui i boschi sono fitti e ombrosi, con una forte presenza di carpino bianco, acero di monte e nocciolo. Il sottobosco ospita numerose specie erbacee tipiche dei boschi montani, come mercorella bastarda, ranuncolo lanuto, billeri celidonia e bucaneve. Particolarmente evidente è lo sviluppo delle felci, che grazie all’umidità crescono abbondanti sulle pareti rocciose e lungo i corsi d’acqua.
Di grande importanza è la vegetazione ripariale che accompagna il fiume Treja e il fosso della Mola di Magliano. Ontano nero, pioppo nero, salice bianco e olmo campestre formano gallerie verdi che ombreggiano il corso d’acqua e svolgono un ruolo fondamentale nella stabilizzazione delle sponde e nel mantenimento della qualità ecologica del fiume. Nei tratti più ampi e soleggiati si sviluppano comunità di piante acquatiche come crescione d’acqua, sedano d’acqua e veronica comune, mentre presso le cascate di Monte Gelato prospera una ricca vegetazione sommersa.
La varietà degli ambienti e il loro buono stato di conservazione favoriscono una fauna particolarmente ricca. Nei boschi trovano rifugio mammiferi forestali ormai rari altrove, come il gatto selvatico e la martora, affiancati da tasso, faina, volpe, istrice e ghiro. Il cinghiale è l’ungulato più diffuso, mentre alcuni daini inselvatichiti frequentano i rilievi circostanti. Ben rappresentati sono anche i micromammiferi, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi forestali. Grotte naturali e tombe scavate nel tufo ospitano numerose specie di pipistrelli, importanti indicatori di qualità ambientale.
L’avifauna è estremamente diversificata. Tra i rapaci diurni sono comuni gheppio e poiana, ma di particolare rilievo è la presenza del falco pecchiaiolo, legato ai boschi maturi, e del falco pellegrino, che nidifica sulle pareti rocciose. I rapaci notturni includono gufo comune, allocco, assiolo e civetta. I corsi d’acqua sono frequentati da martin pescatore, ballerina gialla e usignolo di fiume, mentre boschi e ambienti di margine ospitano picchi, ghiandaie, rigogoli e upupe. La ricchezza d’acqua favorisce anfibi e rettili. Sono presenti testuggine comune, cervone, ramarro e numerose specie di serpenti, tra cui biacco e saettone. Gli ambienti umidi ospitano la salamandrina dagli occhiali, specie endemica dell’Italia peninsulare, e la rana italica, strettamente legata ai corsi d’acqua forestali.
Il Treja rappresenta infine uno dei corsi d’acqua di maggiore interesse conservazionistico del Lazio. Ospita diverse specie di pesci tutelate dalla Direttiva Habitat, tra cui barbo tiberino, vairone, ghiozzo di ruscello e la rara lampreda di ruscello. Le strette forre hanno protetto il fiume dagli interventi di artificializzazione e dai ripopolamenti ittici indiscriminati, ma episodi di inquinamento rappresentano ancora una seria minaccia. La resilienza naturale del sistema ha finora permesso il recupero degli ecosistemi, ma la tutela di questo straordinario patrimonio richiede attenzione costante.
LA VISITA
Uno dei percorsi più suggestivi del Parco della Valle del Treja è quello che conduce alle cascate di Monte Gelato, un itinerario capace di condensare in pochi chilometri la ricchezza naturale e storica dell’area protetta. Il cammino prende avvio dall’altopiano, in un paesaggio ancora segnato dalla presenza dell’uomo: campi coltivati, filari di noccioli e olivi accompagnano i primi tratti del sentiero. Ben presto, però, il terreno inizia a scendere e l’ambiente cambia radicalmente. I rumori della campagna si attenuano, la vegetazione si infittisce e l’aria diventa progressivamente più fresca e umida, segnale dell’ingresso nella forra. Il sentiero si inoltra in un bosco di querce e carpini, con un sottobosco ricco di arbusti e piante erbacee che in primavera fioriscono abbondanti. Le pareti tufacee, sempre più vicine, mostrano nicchie, cavità e superfici scolpite dall’erosione dell’acqua. Muschi e felci tappezzano le zone più ombrose, mentre il suolo è spesso coperto da uno spesso strato di foglie che attutisce i passi. Seguendo il corso del Treja, il rumore dell’acqua diventa via via più intenso, anticipando la presenza delle cascate. Giunti a Monte Gelato, il fiume si allarga e rallenta, dividendosi in più rami che superano salti di roccia formando una serie di cascatelle e rapide. Qui si incontra la Mola, antico mulino ad acqua, le cui strutture in muratura si integrano perfettamente nel paesaggio naturale. Per secoli la forza del fiume è stata sfruttata per macinare il grano, e ancora oggi sono riconoscibili le opere idrauliche che regolavano il flusso dell’acqua. Intorno, la vegetazione ripariale è particolarmente rigogliosa: ontani, salici e pioppi creano un ambiente ombroso e fresco, ideale per anfibi e insetti acquatici. Le pozze tranquille ai piedi delle cascate ospitano una ricca fauna, mentre lungo le sponde non è raro osservare il rapido volo del martin pescatore o scorgere le tracce lasciate dagli animali che frequentano il fiume. Una sosta in questo luogo, prima del ritorno al punto di partenza (complessivamente circa un’ora e trenta), permette di cogliere appieno l’equilibrio tra natura e testimonianze storiche, in uno degli angoli più affascinanti dell’intera Valle del Treja.
DUE CURIOSITA’
Il biacco
Il biacco (Hierophis viridiflavus), conosciuto anche come “frustone”, è un serpente molto vivace, veloce, particolarmente agile e buon arrampicatore. Se disturbato o infastidito può diventare, però, aggressivo e mordace, anche se non è né pericoloso né velenoso. Al massimo i suoi morsi possono provocare delle leggere ferite cutanee. Il nome scientifico “viridiflavus” deriva dalla sua colorazione verde-gialla su fondo nero delle parti dorsali. Grazie alle sue abitudini poco elusive, non è difficile incontrarlo mentre se ne sta acciambellato in posti ben esposti al sole per raggiungere la temperatura ottimale prima di dedicarsi attivamente alla ricerca di prede. E’ piuttosto robusto e può raggiungere una lunghezza considerevole (fino a circa 180 cm). È una specie ampiamente diffusa e molto adattabile; si rinviene per lo più in aree ben assolate, ma anche in ambienti ruderali dove trova numerose possibilità di rifugio oltre alle sue prede preferite: le lucertole. Comunque, in fatto di alimentazione non fa certo storie nutrendosi praticamente di tutto ciò che gli entra in bocca: insetti, lombrichi, lumache, piccoli uccelli, uova, nidiacei, topi.
Il viburno
Il viburno (Viburnum tinus) è un arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea, che si sviluppa per lo più nel sottobosco delle leccete. È una specie rustica, in grado di resistere alle basse temperature e a lunghi periodi siccitosi. Presenta grandi infiorescenze bianche ad ombrello che compaiono già a gennaio-febbraio; la fioritura precoce consente di avere nei mesi invernali un bel cespuglio fiorito che conserva ancora i frutti globosi, di colore blu-violaceo prodotti nella precedente annata. Le foglie, coriacee, sono più chiare e tomentose nella pagina inferiore, mentre presentano un colore verde scuro nella parte superiore, un adattamento che riduce la perdita d’acqua durante i periodi più aridi. Il nome tinus era già utilizzato dai Romani per indicare questa pianta, segno di una conoscenza antica e diffusa. In passato alcune parti del viburno venivano impiegate nella medicina popolare, soprattutto per le presunte proprietà sedative e antispasmodiche, oggi non più utilizzate per via della tossicità dei frutti. Attualmente il suo principale uso da parte dell’uomo è ornamentale: è molto comune in siepi e giardini come pianta ornamentale perché resistente anche alle condizioni atmosferiche avverse.