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Parchi e riserve

Riserva Naturale del Laurentino-Acqua Acetosa

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Fa parte dell'itinerario storico di: La Via Ardeatina

LA RISERVA
Estensione: 150 ettari
Sede: c/o RomaNatura, Villa Mazzanti, Via Gomenizza 81- 00195 Roma
Telefono: 06 35491587
Sito web: www.romanatura.roma.it
Accessi: Via Filippo Tommaso Marinetti (ingresso principale), Via Carlo Emilio Gadda, Via Giuseppe Lipparini, Via Enrico Pea, Via Nicola Lisi

La Riserva Naturale del Laurentino-Acqua Acetosa, pur essendo una delle più piccole del sistema delle riserve di RomaNatura (150 ettari), è un vero e proprio scrigno di biodiversità e storia nel cuore del settore meridionale di Roma. Circondata a nord dal quartiere Laurentino 38, a sud dal Grande Raccordo Anulare e a est dalla trafficata Via Laurentina, la riserva si sviluppa lungo tre fondovalle distinti, ciascuno attraversato da un fosso che ne caratterizza l’identità ecologica e ne arricchisce la complessità naturalistica. Passeggiando tra queste valli, ci si accorge subito di quanto la natura, anche in un contesto urbano così denso, riesca a ritagliarsi i suoi spazi, offrendo habitat variegati per piante, uccelli, anfibi e piccoli mammiferi.

IL TERRITORIO
Il Fosso dell’Acqua Acetosa percorre l’intera valle centrale. Le sue acque limpide, alimentate da una sorgente perenne, scorrono tranquille tra canneti e arbusteti, creando un microclima fresco anche nelle giornate estive più torride. Più a sud, il Fosso di Vallerano corre tra la Via Pontina e il GRA, mentre il Fosso del Ciuccio, più piccolo ma altrettanto suggestivo, si snoda vicino a Via Carlo Emilio Gadda. Proprio da questo ultimo prende avvio il sentiero natura chiamato “Fosso del Ciuccio”. Chi desidera addentrarsi ulteriormente nella riserva può raggiungere il Fosso dell’Acqua Acetosa e scoprire uno dei tesori storici più interessanti dell’area: la necropoli protostorica di età preromana. Questa importante testimonianza, portata alla luce nel 1976 durante gli scavi per la costruzione del quartiere Laurentino, racconta la storia di una comunità antica, successivamente conquistata dai Romani. I corredi funerari ritrovati – ricchi di ceramiche, ornamenti e oggetti di prestigio – permettono di immaginare una civiltà raffinata, le cui tracce oggi riposano nelle sale del Museo Nazionale Romano. Passeggiare tra i sentieri che conducono alla necropoli significa, quindi, compiere un viaggio nel tempo, in cui la natura e la storia si intrecciano armoniosamente.
Uno dei simboli più noti della riserva è la sorgente di acqua minerale che ha dato il nome all’intera area: l’acqua acetosa. Il suo caratteristico sapore leggermente acidulo deriva dall’elevata concentrazione di sali minerali e di anidride carbonica, rendendola unica nel panorama delle acque naturali di Roma. Fin dall’antichità, l’acqua acetosa era apprezzata per le sue proprietà salutari, e nei primi decenni del Novecento fu persino commercializzata con il marchio “San Paolo”. Ancora oggi, osservare la sorgente e sentire il gorgoglio dell’acqua che sgorga spontanea è un’esperienza quasi meditativa, che permette di percepire il legame profondo tra territorio, storia e cultura.
Nonostante la collocazione tra quartieri densamente urbanizzati, zone agricole e strade ad alto scorrimento, la riserva ospita una sorprendente varietà di vegetazione spontanea. I boschetti lungo i pendii collinari offrono un contrasto piacevole con la vegetazione ripariale che si sviluppa lungo i corsi d’acqua. Tra gli alberi più diffusi nelle formazioni boschive spiccano i cerri e le roverelle, accompagnati da aceri campestri e farnie più sporadiche. Nelle zone più calde della riserva crescono anche lecci e sughere, insieme a olmi campestri, berrette da prete e alberi di Giuda, creando un mosaico di biodiversità arborea unico. Lungo i fossi, i salici e i pioppi dominano i tratti di alberature ripariali, intervallati da arbusteti di rovo selvatico, biancospino e canneti a predominanza di cannuccia di palude. Le sponde ospitano piante come crescione, equiseto, bardana e ranuncolo comune, mentre nelle praterie si distinguono specie erbacee come malva, carota selvatica, cardo mariano e ampie formazioni di borragine, che attirano in gran numero api e bombi che svolgono un ruolo fondamentale nell’impollinazione. Lungo i sentieri si incontrano anche suggestivi filari di eucalipto, piantati alla fine dell’Ottocento per la convinzione che i loro aromi balsamici potessero contrastare la malaria, testimonianza di una storia che intreccia natura e cultura umana.
La fauna della riserva è altrettanto ricca e variegata. Le zone più interessanti sono certamente quelle lungo i corsi d’acqua, dove è possibile osservare giovani cavedani, girini di rospo, tritoni crestati e rane verdi. In questi habitat acquatici vive anche la riservata natrice dal collare, un serpente d’acqua spesso sfuggente, ma affascinante per i naturalisti. Tra i crostacei, il granchio di fiume, localizzato e raro, testimonia la qualità di questo corso d’acqua della riserva. L’avifauna è altrettanto singolare: l’airone cenerino, la gallinella d’acqua e l’usignolo di fiume si muovono silenziosi tra canneti e arbusti, mentre la ballerina bianca e il martin pescatore con i suoi rapidi tuffi catturano l’attenzione dei visitatori più attenti. Non mancano rapaci diurni come poiana e gheppio e notturni come civetta, allocco e barbagianni, che rendono la riserva un ambiente vivo anche di notte. Tra i mammiferi, la talpa scava lunghe gallerie sottoterra, il riccio e l’istrice si aggirano tra i cespugli, mentre pipistrelli, arvicole di Savi e topi selvatici completano il mosaico faunistico. Tra i rettili si segnalano ramarri, lucertole muraiole e biacchi, mentre nel cielo estivo volteggiano rondini, balestrucci, rondoni e i coloratissimi gruccioni. Nei prati, farfalle come l’aurora, l’atalanta, la vanessa del cardo, il macaone e il podalirio si muovono leggere tra i fiori, trasformando ogni passo in un’esperienza di colori e movimento.
La riserva non è solo un luogo di osservazione naturalistica, ma un vero laboratorio a cielo aperto per chi desidera comprendere come la natura possa coesistere con l’ambiente urbano. Ogni foglia, ogni fiore, ogni ruscello racconta storie di resilienza, di adattamento e di interconnessione tra gli esseri viventi. Camminare lungo i sentieri della riserva naturale del Laurentino-Acqua Acetosa significa immergersi in un ecosistema vivo, percepire la fragilità degli equilibri naturali e apprezzare la meraviglia della biodiversità che, anche a pochi chilometri dal centro di Roma, riesce a sopravvivere e a sorprendere. In questo angolo di Roma, la storia, la geologia, la botanica e la zoologia si intrecciano, regalando ai visitatori un’esperienza unica, dove ogni suono, ogni odore e ogni colore invita alla scoperta. Dai canti degli uccelli ai fruscii del vento tra le foglie, dal gorgoglio delle acque alla delicatezza dei fiori, l’ambiente dell’area protetta offre un’immersione totale nella natura urbana, un’occasione per riscoprire il legame profondo tra uomo e ambiente, tra passato e presente, tra città e natura.

LA VISITA
Dal parcheggio di Viale Filippo Tommaso Marinetti un piccolo sentiero poco evidente conduce al Fosso del Ciuccio, che si attraversa grazie a un piccolo ponticello. Il cammino prosegue costeggiando il giardino di due scuole con ingresso su Via Gadda, in un percorso obbligato che si snoda tra piccoli orti, alberi di fico e macchie di rovi, dove risuona il verso acuto dell’usignolo di fiume. Sulla destra, alcuni prati ospitano pioppi e aceri, mentre a sinistra, verso Via Gadda, si ergono salici piangenti che circondano fitte colonie di malva. Proseguendo, si scorgono le acque limpide del piccolo fosso, alimentate da una sorgente perenne, che ne mantiene il corso limpido durante tutto l’anno. Lungo le sponde, ciuffi di equiseto spuntano inaspettati, creando un’atmosfera quasi esotica. Ai piedi dei salici e delle canne domestiche, e accanto a rari ontani, timide rane verdi si tuffano al minimo movimento, mentre libellule dai riflessi metallici danzano appena sopra l’acqua. Un ultimo ponticello permette di scavalcare nuovamente il corso d’acqua, prima di raggiungere alcune rampe di scale provenienti dalla sovrastante Viale Ignazio Silone. Il ritorno si può effettuare lungo lo stesso percorso dell’andata. Camminando con calma, concedendosi qualche sosta per osservare piante e animali, l’intero percorso richiede circa un’ora e mezza.

DUE CURIOSITA’
La natrice dal collare

La natrice dal collare (Natrix natrix) si riconosce facilmente grazie alle due macchie nere a forma di semiluna che incorniciano posteriormente due venature bianco-giallastre dietro il capo e che formano il caratteristico “collare” che dà nome alla specie. Il maschio può raggiungere il metro di lunghezza, mentre la femmina, più imponente, arriva anche a 180 cm. È un’ottima nuotatrice e conduce una vita prevalentemente diurna, muovendosi con agilità tra acqua e terra. Abile predatrice, si nutre soprattutto di anfibi, ma cattura volentieri anche pesci e vari invertebrati acquatici; solo occasionalmente si rivolge a piccoli roditori o uccelli. Completamente innocua per l’uomo, anche quando viene molestata raramente tenta di mordere. Se si sente minacciata, preferisce affidarsi a strategie difensive singolari: emette un fluido dall’odore acre e persistente, composto da feci liquide e da una secrezione prodotta da una ghiandola della cloaca, capace spesso di scoraggiare l’aggressore. Se questo non basta, ricorre alla tanatosi, fingendosi morta. Apre la bocca, lascia pendere la lingua, strabuzza gli occhi e inarca il corpo mostrando il ventre flaccido: un espediente impressionante per far credere al predatore di avere davanti una preda in decomposizione e quindi poco appetibile. Una tecnica ingegnosa, che funziona molto bene con cani, gatti e volpi.

La borragine
La borragine (Borago officinalis) è una pianta erbacea spontanea della famiglia delle Boraginaceae che cresce soprattutto in prati e campi incolti ben esposti al sole. I fiori, di breve durata, presentano cinque petali, disposti a stella, di colore blu-viola; sono raccolti in infiorescenze sommitali, che pendono in basso in piena fioritura. Il nome deriva dal latino borra (tessuto di lana ruvida), per la peluria che ricopre le foglie. In passato i fiori venivano sfilati dalla pianta e succhiati dai bambini per il loro gradevole sapore dolce, conferito dall’alto quantitativo di nettare, che fa della borragine anche un’ottima pianta mellifera molto ricercata dalle api che ne ricavano un ottimo miele. In campo farmaceutico sono note le sue proprietà antinfiammatorie, diuretiche ed emollienti, ma è emerso anche un grande interesse commerciale, nei confronti dell’olio ricavato dalla spremitura a freddo dei semi: un valido alleato contro il colesterolo. Le foglie giovani sono variamente impiegate in cucina. Tradizionalmente si usano cotte in minestroni, torte e frittate o come ripieni per ravioli (in Liguria). Tipico, a Roma e dintorni, era il consumo in frittelle, passate in pastella e poi fritte.

 

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