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Parchi e riserve

Riserva Naturale dell’Acquafredda

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Fa parte dell'itinerario storico di: La Via Aurelia

LA RISERVA
Estensione: 250 ettari
Sede: c/o RomaNatura, Villa Mazzanti, Via Gomenizza 81- 00195 Roma
Telefono: 06 35491587
Sito web: www.romanatura.roma.it
Accessi: Via di Acquafredda 88

La Riserva Naturale della Tenuta di Acquafredda, istituita con l’obiettivo di tutelare uno degli ultimi lembi di paesaggio agricolo-storico del settore occidentale di Roma, si estende per circa 250 ettari a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Pur trovandosi entro un’area fortemente urbanizzata, inserita tra i quartieri di Boccea, Primavalle e Montespaccato, conserva ancora oggi elementi di paesaggio agrario tradizionale, lembi di bosco relitto e un articolato sistema di fossi che garantiscono un’elevata diversità ambientale. A delimitare il confine meridionale della riserva è la via Aurelia, antica arteria di raccordo tra Roma e la costa tirrenica, oggi affiancata da intensi flussi di traffico che evidenziano ancor più il valore di quest’area come polmone verde e corridoio ecologico.


IL TERRITORIO
La storia della Tenuta di Acquafredda affonda le proprie radici nel Medioevo, quando, secondo la documentazione storica, le terre vennero affidate ai monaci Carmelitani Scalzi della Chiesa di San Pancrazio. Un atto fondamentale per ricostruirne le vicende è la bolla papale di Alessandro III del 1176, nella quale si fa riferimento esplicito alle “terras et vineas in Acqua frigida”. È proprio da questo documento che il toponimo Acquafredda compare per la prima volta, con un chiaro richiamo alla temperatura particolarmente fresca delle acque che scorrono nelle vallate dell’area. Si tratta dei fossi di Valcannuta, Montespaccato e, naturalmente, del Fosso di Acquafredda, caratterizzati da acque sorgive e da un microclima umido che ha favorito nel tempo lo sviluppo di una vegetazione ripariale ricca e ben strutturata. Le cronache storiche riportano anche un episodio legato alla guerra gotica: si ritiene che re Totila, nel 547, abbia allestito un accampamento proprio in quest’area prima dell’assedio di Roma. Pur non lasciando testimonianze materiali riconoscibili, questo dato sottolinea come la zona fosse già in epoca altomedievale un territorio strategico, attraversato da percorsi e snodi di importanza militare e agricola. La testimonianza storica più evidente e meglio conservata è la Torre di Acquafredda, collocata lungo l’omonima via. L’edificio medievale, di aspetto imponente e severo, fu costruito sui resti di una preesistente villa romana, come dimostrano gli inserti marmorei, i frammenti di pavimentazioni e le lastre di basolato inglobate nelle murature. Questa pratica di riutilizzo di materiale, nota come spolia, era comune nell’edilizia medievale, soprattutto nelle aree rurali attorno alla capitale, dove le rovine romane fornivano un’abbondante riserva di pietrame. La sommità della torre, più recente, testimonia invece interventi successivi di rialzo e adattamento funzionale. Nella parte settentrionale della riserva si trova invece Villa Giovanelli Fogaccia, un’elegante dimora storica che per lungo tempo ha ospitato la famiglia Giovanelli e che oggi rappresenta un luogo di notevole valore architettonico e paesaggistico, utilizzato per ricevimenti, eventi culturali e manifestazioni pubbliche.
Dal punto di vista ambientale, il Fosso di Acquafredda costituisce l’elemento più caratterizzante della riserva. Il corso d’acqua, alimentato da una serie di piccoli rigagnoli e risorgive, attraversa longitudinalmente l’area protetta prima di confluire più a valle nel Fosso della Magliana. All’interno della rete ecologica cittadina il fosso ricopre un ruolo di primo piano, rappresentando uno dei collegamenti naturali più efficaci tra le aree agricole residue di Casal del Marmo e due importanti sistemi verdi dell’ovest romano: la Tenuta dei Massimi e la Valle dei Casali. Si tratta quindi di un corridoio ecologico essenziale, utilizzato da molte specie come via di spostamento, di dispersione e come rifugio durante i periodi di maggiore disturbo antropico.
La vegetazione presente nella riserva riflette la complessità morfologica dell’area: i versanti più ripidi ospitano boschetti di querce, composti soprattutto da roverelle, lecci e sughere, quest’ultime più frequenti nei settori più assolati. A questi si affiancano carpini neri, aceri campestri e, nei margini più frequentati, l’albero di Giuda, specie ornamentale naturalizzata in molte zone del Lazio. I bordi dei campi e le siepi residue ospitano una ricca flora arbustiva, tra cui spiccano la rosa canina, la ginestra odorosa, il prugnolo, il sambuco e il biancospino, che forniscono un prezioso sostentamento alimentare per gli insetti impollinatori in primavera e per la fauna granivora e frugivora in autunno.
Di particolare interesse risultano le fioriture primaverili dei prati incolti, tra cui spiccano diverse specie di orchidee selvatiche: l’orchidea italiana, caratterizzata dalla forma inconfondibile dei suoi fiori, l’orchidea farfalla e l’orchidea purpurea. La loro presenza indica condizioni ambientali ancora relativamente integre, poiché molte orchidee spontanee sono sensibili ai cambiamenti del suolo e all’eccessivo disturbo antropico. Lungo il Fosso dell’Acquafredda e il Fosso di Montespaccato, dove il suolo rimane umido per buona parte dell’anno, si sviluppa una vegetazione tipica degli ambienti ripariali: salici bianchi, pioppi neri, ontani ed estesi popolamenti di cannuccia di palude. Questi ambienti svolgono una funzione ecologica fondamentale, contribuendo alla stabilizzazione delle sponde, al miglioramento della qualità delle acque e alla creazione di rifugi e siti di riproduzione per numerose specie animali.
Gli ecosistemi legati ai fossi ospitano una fauna ricca e diversificata: anfibi come la rana verde e il rospo comune, che depone le sue uova nelle pozze temporanee primaverili; rettili come la biscia dal collare, abile nuotatrice e inoffensiva per l’uomo; e una grande varietà di uccelli legati agli ambienti umidi, tra cui l’airone cenerino, la folaga, la gallinella d’acqua e il pendolino. Quest’ultimo è noto per il caratteristico nido a forma di fiasco intrecciato con fibre vegetali e sospeso ai rami più flessibili dei salici. La riserva ospita inoltre un repertorio di avifauna migratoria che giunge in primavera: rondini, balestrucci, rondoni e il variopinto gruccione, con il suo piumaggio sgargiante e il comportamento gregario. La piccola fauna alata è arricchita dalla presenza di numerose farfalle diurne, tra cui la cavolaia maggiore, la pieride del navone, la vanessa del cardo e soprattutto il macaone, una delle specie più spettacolari d’Europa, riconoscibile dalle ali gialle attraversate da nervature nere e dalle “code” appuntite del margine posteriore. Tra i mammiferi spiccano il tasso, che scava tane con complessi sistemi di gallerie sotterranee, la volpe, il riccio europeo e il moscardino, piccolo roditore arboricolo associato ai boschi di latifoglie. Negli ultimi anni non mancano avvistamenti di cinghiali, attratti dalla disponibilità di acqua e alimenti, sebbene la loro presenza rappresenti una sfida gestionale per l’equilibrio dell’area. Completano il quadro erpetologico il geco comune, la lucertola muraiola, il biacco, la luscengola e anfibi tipici dell’Italia centrale come il rospo smeraldino e la raganella italiana.

LA VISITA
La visita si sviluppa lungo un itinerario ad anello che ha inizio e termine presso la Torre dell’Acquafredda, facilmente raggiungibile percorrendo l’omonima via che si stacca dalla via Aurelia in prossimità del Grande Raccordo Anulare. Dalla torre, dove è possibile lasciare l’auto in uno spiazzo vicino, si scende a piedi verso il fondovalle attraversato dal Fosso di Acquafredda. Il dislivello da superare è modesto, appena una trentina di metri. Qui sono presenti alcune sughere che, insieme a olmi, lecci e robinie, offrono tratti d’ombra lungo il pendio. Proseguendo la discesa costeggiando le siepi, tra le fioriture stagionali del vilucchio e della menta selvatica, si arriva al corso d’acqua, le cui sponde sono caratterizzate da grandi salici e pioppi. In tutta la valle affiorano piccole sorgenti, dove la falda emerge a causa di strati di argille impermeabili. Nelle pozze temporanee che si formano in primavera dopo le piogge si osservano facilmente i girini del rospo comune, mentre dai margini del canneto risuona il canto dell’usignolo di fiume. I terreni circostanti, anche quelli prossimi al fosso, sono coltivati a rotazione e i papaveri ne indicano i periodi di riposo. Superato un fontanile, il sentiero risale i versanti della valle e riporta infine alla torre, generalmente dopo circa due ore dalla partenza.

DUE CURIOSITA’
Il riccio europeo
Il riccio europeo (Erinaceus europaeus) è una presenza piuttosto comune nelle aree verdi urbane (parchi, ville e giardini), soprattutto dove sono presenti siepi, arbusti o altri ripari naturali. Nonostante ciò, è difficile avvistarlo: è infatti attivo principalmente al crepuscolo e durante la notte, mentre nelle ore diurne riposa all’interno della tana, che può essere localizzata nel cavo di vecchi alberi, in piccoli anfratti naturali o sotto cespugli bassi. La caratteristica che lo rende immediatamente riconoscibile è il dorso ricoperto da migliaia di piccoli aculei (circa 5.000) di colore bruno scuro con punta biancastra. In caso di pericolo, il riccio si immobilizza e si arrotola su se stesso, sollevando gli aculei e trasformandosi in una sorta di palla spinosa, una strategia efficace contro molti predatori. Questo comportamento, però, può diventare pericoloso per lui nell’ambiente urbano: abbagliato dai fari delle auto durante l’attraversamento delle strade, il riccio tende a fermarsi invece di fuggire, aumentando il rischio di essere investito. Dal punto di vista alimentare, pur prediligendo una dieta a base di invertebrati, può essere considerato quasi onnivoro. I lombrichi rappresentano il suo cibo preferito, ma si nutre volentieri anche di coleotteri, lumache, bruchi, millepiedi e altri piccoli organismi che individua frugando nel terreno con il muso. Non disdegna inoltre semi, bacche e frutti e, in città, può approfittare di rifiuti organici o di cibo per gatti lasciato incustodito, di cui è particolarmente goloso. Con l’arrivo dei mesi più freddi, generalmente tra dicembre e febbraio, il riccio entra in letargo. In questa fase riduce drasticamente le sue funzioni vitali: la respirazione rallenta, il battito cardiaco diminuisce, la temperatura corporea si abbassa e il metabolismo si riduce al minimo. Per questo motivo è fondamentale che, durante la bella stagione, riesca ad accumulare sufficienti riserve di grasso, che gli permetteranno di superare l’inverno senza alimentarsi.

Il sambuco
Il sambuco (Sambucus nigra) è un arbusto rustico a crescita rapida che può raggiungere i 5-8 m di altezza. È una specie abbastanza comune che cresce spontaneamente ai margini dei boschi, lungo siepi e fossi, nei terreni incolti e al lato dei sentieri, mostrando una spiccata capacità di adattamento agli ambienti ricchi di nutrienti e moderatamente umidi. In primavera e all’inizio dell’estate è facilmente riconoscibile per le sue grandi infiorescenze a ombrello, formate da numerosi fiori biancastri dal profumo intenso e dolciastro, molto apprezzati da api e altri insetti impollinatori. A fine estate compaiono i frutti, piccole bacche nero-violacee riunite in grappoli penduli, che costituiscono una fonte di alimento fondamentale per molti uccelli, favorendo così la dispersione dei semi. Una caratteristica curiosa del sambuco è la presenza, all’interno dei rami giovani, di un midollo morbido e spugnoso, un tempo utilizzato per realizzare piccoli strumenti, fischietti e persino giochi per bambini. La corteccia e le foglie emanano un odore intenso, poco gradevole, che aiuta a tenere lontani alcuni erbivori e parassiti. È una pianta profondamente legata alla tradizione popolare: fiori e frutti, se correttamente preparati, possono essere impiegati in cucina per sciroppi, bevande e confetture. In fitoterapia viene utilizzato per lenire e curare problemi all’apparato digerente, respiratorio e urinario. Occorre però prestare attenzione perché le foglie fresche e i frutti non maturi consumati crudi sono potenzialmente tossici.

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