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Parchi e riserve

Riserva Naturale Regionale Monterano

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Fa parte dell'itinerario storico di: La Via Nomentana e La Via Salaria

LA RISERVA
Estensione: 1085 ettari
Sede: Piazza Tubingen, 1 – 00060 Canale Monterano (RM)
Telefono: 06 9962724
Sito web: www.monteranoriserva.it
Accessi: dal parcheggio “Comunaletto”, Strada Antica Monterano; dal parcheggio “Casale de’ Persi”, Strada Antica Monterano; dal parcheggio delle Cascate della Diosilla, Via della Madonnella; dal parcheggio di Poggio Lupino, Via dei Grottini

La Riserva Naturale Regionale di Monterano, istituita nel 1988, si estende per quasi 1.100 ettari nel territorio del comune di Canale Monterano, in una posizione strategica tra i Monti della Tolfa e il Lago di Bracciano. Qui, in un’area relativamente ristretta, si concentrano ambienti diversi, testimonianze archeologiche di grande valore e una biodiversità sorprendente.

IL TERRITORIO
Il territorio della riserva è caratterizzato da rilievi collinari di origine vulcanica, che sono stati modellati nel tempo dall’erosione dell’acqua, dando origine a un paesaggio inciso da forre profonde, valloni ombrosi e pareti rocciose verticali. Nei fondovalle più incassati si creano condizioni microclimatiche fresche e umide, che permettono la sopravvivenza di specie vegetali e animali meno tolleranti alla siccità estiva. A questi elementi si aggiungono i fenomeni geotermici residui, tra cui sorgenti sulfuree, emissioni gassose e la suggestiva Caldara di Monterano, una depressione naturale da cui si liberano vapori ricchi di zolfo.
L’area protetta comprende, su un suggestivo sperone di tufo, i resti dell’affascinante antica città di Monterano, un luogo abitato e frequentato dall’uomo da millenni. Le prime tracce risalgono all’epoca etrusca, seguite da una presenza romana ben documentata da resti di ville, strade e infrastrutture.
Nel Medioevo e nell’età moderna, Monterano divenne un importante centro abitato, fortificato e dotato di edifici civili e religiosi. Il periodo di massimo splendore si colloca tra il XVI e il XVII secolo, quando la città entrò nei possedimenti della famiglia Altieri, dalla quale proveniva papa Clemente X. In questo periodo l’Antica Monterano venne arricchita da opere architettoniche di grande pregio, alcune delle quali attribuite a Gian Lorenzo Bernini, come la celebre Fontana del Leone e interventi presso la Chiesa e il Convento di San Bonaventura.
A partire dal XVIII secolo, una serie di eventi negativi – epidemie di malaria, crisi economiche, saccheggi – portò al progressivo abbandono della città. Monterano divenne così un centro fantasma, lentamente riconquistato dalla vegetazione. Oggi le sue rovine, immerse nel verde, rappresentano uno degli esempi più suggestivi di paesaggio archeologico del Lazio. Si possono infatti osservare numerose emergenze monumentali e archeologiche: i resti delle mura cittadine, le imponenti arcate dell’acquedotto, le strutture dell’abitato medievale, il Palazzo Ducale, la fontana del Bernini, antiche vie selciate e testimonianze di epoca romana.
Dal punto di vista botanico, il comprensorio ospita una notevole diversità vegetazionale, frutto della varietà di suoli, esposizioni e condizioni microclimatiche. Il paesaggio vegetale è dominato dai boschi di latifoglie caducifoglie, tipici della fascia collinare dell’Italia centrale. Le cerrete rappresentano la formazione forestale più estesa, con il cerro come specie dominante, associato a roverella, leccio, carpino nero, orniello e, localmente, acero campestre e olmo. Questi boschi offrono una struttura complessa, con più strati vegetazionali che favoriscono un’elevata biodiversità. Il sottobosco è ricco di arbusti come corniolo, biancospino, ligustro, nocciolo e rosa canina, che forniscono frutti e rifugio a numerose specie animali. In primavera, lo strato erbaceo si anima di fioriture effimere: anemoni, primule, scille, ciclamini ed ellebori colorano il bosco prima che la chioma degli alberi si chiuda completamente.
Di particolare interesse conservazionistico è la presenza della sughera, specie tipicamente mediterranea che qui si trova al limite settentrionale del suo areale naturale. Le sugherete di Monterano sono considerate relitti climatici, testimonianza di periodi più caldi e umidi del passato. Di grande rilevanza anche alcuni monumenti naturali arborei, tra i quali la Quercia della Lega, un esemplare vetusto di roverella di circa 400 anni. Lungo i corsi d’acqua e nelle forre più profonde, oggi protette da un Sito di Interesse Comunitario (SIC) e ricadenti in una Zona di Protezione Speciale (ZPS), si sviluppano formazioni boschive ripariali a galleria con ontano nero, salici e pioppi. Nelle forre si verifica il fenomeno dell’inversione termica: procedendo dal fondo verso l’alto si ha un aumento della temperatura e una diminuzione dell’umidità, tale variazione è associata la diversa presenza delle piante. Nel fondovalle, ambiente fresco e umido, si trovano infatti il carpino, qualche esemplare isolato di faggio, l’acero di monte, l’agrifoglio e il nocciolo. Le radure e i prati, spesso interessati da usi agro-pastorali del passato, ospitano una ricca flora erbacea, tra cui numerose orchidee spontanee, tra cui la serapide lingua, l’ofride vespa, l’orchidea romana e l’orchidea piramidale, specie di grande valore naturalistico e ottimi indicatori della qualità ambientale.
La varietà degli habitat si riflette in una fauna ricca e diversificata. Tra i mammiferi sono comuni il cinghiale, la volpe, il tasso, l’istrice e il capriolo, specie che svolgono ruoli ecologici fondamentali, contribuendo alla dispersione dei semi, al controllo delle popolazioni animali e al riciclo della materia organica.
Di particolare interesse conservazionistico è la presenza del lupo appenninico, tornato spontaneamente nell’area grazie ai processi di ricolonizzazione naturale. Da segnalare anche la presenza del gatto selvatico e della martora. L’avifauna è uno degli elementi più evidenti e apprezzabili della riserva. Nei cieli si osservano rapaci come la poiana, il nibbio reale, il lodolaio e il falco pellegrino che nidifica sulle pareti rocciose delle forre. I boschi ospitano il picchio verde e il picchio rosso maggiore, veri e propri ingegneri dell’ecosistema forestale grazie alle cavità che scavano nei tronchi.
Le zone umide e i corsi d’acqua, sia i principali (Mignone e Bicione) che i secondari (Fosso Palombara, Fosso Rafanello, Fosso Lupo, Lenta) ed il piccolo invaso del Mignone, sono habitat cruciali per anfibi come la salamandrina dagli occhiali settentrionale, il tritone crestato, il tritone punteggiato, il rospo smeraldino, la rana appenninica, la rana agile e la raganella italiana, tutte specie particolarmente sensibili alle alterazioni ambientali e quindi di grande interesse conservazionistico. Tra i rettili è presente la testuggine palustre europea, il ramarro occidentale, il cervone, la natrice tassellata, il saettone e la luscengola, specie innocue ma spesso ingiustamente temute. Un ruolo fondamentale è svolto anche dagli invertebrati, in particolare dagli insetti impollinatori come api selvatiche, bombi e farfalle, essenziali per il funzionamento degli ecosistemi e indicatori sensibili dei cambiamenti ambientali. Particolarmente diffuse, infine, sono le libellule, con presenza più di 20 specie nel territorio della riserva sulle 45 specie presenti nel Lazio.

LA VISITA
Il percorso ha inizio dal parcheggio all’altezza del Casale de’ Persi in fondo alla Strada Antica Monterano, facilmente raggiungibile dal centro abitato di Canale Monterano. Qui pannelli informativi introducono il visitatore alla storia e agli ambienti della riserva. Dal punto di partenza si imbocca un sentiero pianeggiante che attraversa un bosco di cerro e roverella, tipico della fascia collinare laziale. Lungo questo primo tratto, soprattutto nelle ore mattutine, è possibile osservare diversi passeriformi e riconoscere le tracce lasciate da cinghiali e istrici. Dopo circa venti minuti di cammino, il sentiero conduce ai resti dell’antica città di Monterano.
Si incontrano dapprima le mura perimetrali e le antiche vie selciate, quindi le principali emergenze monumentali: la chiesa e il convento di San Bonaventura, immersi nella vegetazione, la Fontana del Leone, attribuita a Gian Lorenzo Bernini, e i ruderi del Palazzo Ducale, affacciati sulle forre sottostanti. Questo tratto rappresenta il cuore storico dell’itinerario e invita a una sosta per l’osservazione e la lettura del paesaggio. Proseguendo oltre l’abitato abbandonato, il percorso scende gradualmente verso la Caldara di Monterano, attraversando ambienti più umidi e ombrosi, con presenza di ontani, salici e felci. L’arrivo alla Caldara è segnalato da un cambiamento evidente del paesaggio: il terreno si fa chiaro e dall’area centrale si innalzano vapori sulfurei, testimonianza dell’origine vulcanica del territorio. Da qui si possono raggiungere le cascate della Diosilla, cariche di ossido di ferro, per poi tornare al punto di partenza. L’itinerario ha una lunghezza complessiva di  4 chilometri, con un tempo di percorrenza di circa 2 ore e mezza.

DUE CURIOSITA’
Il falco pellegrino
Il falco pellegrino (Falco peregrinus) è uno dei rapaci più affascinanti e diffusi al mondo: con diverse sottospecie, vive praticamente su tutto il pianeta, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco. In natura predilige le pareti rocciose, ma talvolta si adatta anche a edifici e strutture urbane. Il suo nome deriva dal caratteristico “cappuccio” scuro che orna la testa, simile al copricapo indossato dai pellegrini medievali. È celebre per un primato assoluto: è l’animale più veloce al mondo. Durante la caccia si lancia in picchiata dall’alto, chiudendo le ali e assumendo una forma estremamente aerodinamica, raggiungendo velocità che superano i 300 km/h. In questo attacco fulmineo colpisce la preda con una rapida stoccata dell’artiglio posteriore, per poi finirla in volo o a terra con il becco. Maschio e femmina hanno una colorazione simile, ma lei è decisamente più grande. I falchi pellegrini sono monogami e possono restare uniti per tutta la vita. Alla fine dell’inverno danno inizio a spettacolari parate nuziali, con voli acrobatici e scambi di prede in aria. La femmina cova le uova per circa un mese, mentre il maschio provvede al cibo. I giovani spiccano il primo volo più o meno dopo un mese, ma continuano a dipendere ancora per un po’ dai genitori per imparare la complessa arte della caccia. Simbolo di potere e conoscenza fin dall’antichità: per gli Egizi incarnava Horus, dio del sole; per molte altre culture era messaggero divino e animale sacro, emblema di visione e precisione.

Rosa selvatica o rosa canina
La rosa selvatica o rosa canina (Rosa canina) è uno degli arbusti spontanei più comuni e riconoscibili dei nostri ambienti rurali. In primavera si ricopre di fiori semplici, a cinque petali, di un delicato rosa pallido, generalmente poco profumati ma molto apprezzati dagli insetti impollinatori. Dopo la fioritura, con l’arrivo dell’autunno, la pianta produce i caratteristici frutti: quelli che comunemente chiamiamo “bacche” sono in realtà cinorrodi, strutture carnose di colore rosso vivo che racchiudono al loro interno i veri frutti, gli acheni. I cinorrodi sono commestibili, ma da freschi risultano piuttosto aspri e poco gradevoli al palato; per questo vengono consumati soprattutto trasformati. Da secoli sono molto utilizzati a scopo officinale grazie all’elevato contenuto di vitamina C, oltre ad acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli, sostanze con proprietà antiossidanti. Non solo i frutti: anche petali, semi e polline trovano impiego nella preparazione di cosmetici, farmaci e prodotti alimentari. Cresce spontaneamente ai margini dei boschi, nelle siepi, nei cespugli e lungo i confini di campi incolti e pascoli. È una specie pioniera resistente al freddo, tollerante al caldo e poco esigente dal punto di vista ecologico. Si tratta inoltre di un arbusto rustico, raramente colpito da parassiti, soprattutto se confrontato con le rose coltivate. Il nome canina deriva da un’antica credenza: in passato la pianta veniva utilizzata come rimedio contro la rabbia canina, una pratica priva di fondamento scientifico, ma che testimonia il ruolo storico e culturale di questa specie nella medicina tradizionale.

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