Il portale della Camera di Commercio di Roma per l'agriturismo ed il territorio

Cerca

Parchi e riserve

Riserva Naturale Tevere-Farfa

Condividi

Fa parte dell'itinerario storico di: La Via Nomentana e La Via Salaria

LA RISERVA
Estensione: 850 ettari
Sede: Strada provinciale Tiberina km 28,100 (Loc. Meana) – 00060 Nazzano (RM)
Telefono: 0765 332795
Sito web: www.parchilazio.it/nazzanoteferefarfa
Accessi: c/o la sede del Parco in loc. Meana (ingresso principale), Parcheggio Via del Porto – Nazzano, Parcheggio Via Montorso – Torrita Tiberina, Via del Ponticello – Torrita Tiberina

La Riserva Naturale Regionale “Nazzano Tevere-Farfa”, istituita nel 1979, è stata la prima area protetta della Regione Lazio, nata per tutelare una delle zone umide più importanti del medio corso del Tevere, formatasi in seguito alla costruzione della diga di Meana nel 1955, poco a valle della confluenza con il fiume Farfa. La Riserva si estende per circa 850 ettari e interessa principalmente i territori comunali di Nazzano e Torrita Tiberina, con una piccola porzione nel comune di Montopoli Sabina. Il cuore dell’area protetta è rappresentato da un articolato mosaico di ambienti umidi, dominati da una ricca vegetazione ripariale: canneti, boschi igrofili con salici, ontani e pioppi. Una vegetazione che si è sviluppata anche sugli isolotti formatisi dopo la costruzione della diga, grazie al rallentamento della corrente e al deposito dei sedimenti trasportati dal fiume.

IL TERRITORIO
Oggi il valore naturalistico del territorio è ulteriormente confermato dalla presenza della Zona di Protezione Speciale (SIC/ZSC) “Riserva Naturale Tevere-Farfa”, che tutela specie e habitat di interesse comunitario. Dal punto di vista ecologico, la Riserva mostra una chiara successione di ambienti vegetali legata alla morfologia del territorio. Partendo dalle zone più prossime all’acqua, si incontrano i canneti, formati da specie pioniere capaci di colonizzare substrati instabili, seguiti dal bosco ripariale e, più in alto, da boschi misti maturi con roverella, cerro e carpino nero. Questa varietà di habitat spiega l’eccezionale ricchezza faunistica dell’area. Lo specchio d’acqua della Riserva, soprattutto in estate, offre uno spettacolo straordinario grazie alla presenza di numerose piante acquatiche, importanti indicatori dello stato ecologico del fiume. Nelle acque del Tevere si osservano anatre di superficie e tuffatrici: germani reali, moriglioni, alzavole, svassi e tuffetti, nonché cormorani che si immergono abilmente alla ricerca di pesci. L’area è frequentata anche da rapaci come il nibbio bruno, il falco di palude e, più raramente, il falco pescatore. Completano questo ricco quadro ecologico rettili, quali la natrice dal collare e il biacco, insetti acquatici (Gerridi, Girinidi, Ditiscidi e Idrofilidi) e spettacolari libellule, come la splendente comune e la libellula rossa, rendendo la Riserva un vero laboratorio naturale a cielo aperto. Il canneto rappresenta uno degli ambienti più caratteristici della Riserva. Oltre che per la presenza di alcune specie di tife, di carici e del bellissimo giaggiolo acquatico, è dominato dalla cannuccia di palude, che si sviluppa nei tratti dove la corrente è più lenta e l’erosione delle rive è limitata. Questa fitta fascia vegetale svolge un ruolo fondamentale dal punto di vista ecologico: offre rifugio, siti di nidificazione e abbondante cibo a numerose specie animali. Tra le canne costruiscono nidi galleggianti folaghe, gallinelle d’acqua e svassi maggiori, ancorandoli alla vegetazione sommersa. Il canneto si distingue anche per la presenza di specie vegetali di grande valore conservazionistico, come la sagittaria comune, oggi rara a causa della progressiva scomparsa delle zone umide naturali.
Questo ambiente è animato dal canto dei passeriformi tipici delle paludi, come la cannaiola, il cannareccione e l’usignolo di fiume, mentre tra le canne si muovono numerose specie di aironi: dall’airone cenerino all’airone bianco maggiore, fino al più elusivo airone rosso, alla garzetta, al tarabusino e al tarabuso, maestro del mimetismo. Dove il suolo rimane allagato per lunghi periodi si sviluppa il bosco di palude, una formazione dominata da salici bianchi e ontani neri. Nelle zone fangose e nelle rientranze del fiume trovano spazio i limicoli, uccelli dalle lunghe zampe e dal becco sottile, come il beccaccino, il cavaliere d’Italia, la più rara avocetta e il piro-piro piccolo. L’area palustre viene frequentata anche dalla rana agile e dalla raganella italiana soprattutto durante il periodo riproduttivo.
Il bosco ripariale si sviluppa poco più lontano dall’acqua, su sedimenti più stabili. Qui domina il pioppo bianco, riconoscibile per il colore chiaro e argentato delle foglie, accompagnato da salici, pioppi neri e, più raramente, dall’olmo. In questi ambienti trovano rifugio mammiferi schivi come la faina e la donnola, ma anche, cinghiali e nutrie, che spesso raggiungono anche gli isolotti del lago artificiale formatosi a monte della diga. Salendo verso le aree meno umide si entra nella foresta vera e propria, formata da boschi misti di latifoglie termofile, con cerro, roverella, carpino nero, orniello e acero campestre. In primavera spicca l’albero di Giuda, che si colora di fiori fucsia prima ancora di mettere le foglie. Il sottobosco è ricco di vita: pungitopo, stracciabraghe, ciclamini e piante come il gigaro, apprezzato dall’istrice. Questo ambiente ospita anche tassi e martore, oltre al moscardino, al topo selvatico e allo scoiattolo. Nelle pozze temporanee primaverili compare, infine, la salamandrina di Savi, anfibio endemico dell’Italia centrale, facilmente riconoscibile per la vivace colorazione rossa usata come segnale di difesa. In primavera e in estate fioriscono ginestre, biancospini e allori, mentre in autunno compaiono bacche e frutti carnosi molto apprezzati soprattutto dagli uccelli. Tra le specie più comuni si incontrano la sanguinella, il rovo selvatico, la rosa canina e il biancospino, che producono more e drupe dall’aspetto invitante.
La Riserva è caratterizzata anche da un paesaggio agrario che cambia notevolmente tra le due sponde del Tevere. Sulla riva destra, in prossimità dei centri storici di Nazzano e Torrita Tiberina, sopravvive un’agricoltura tradizionale a carattere familiare, in parte abbandonata, dove la vegetazione spontanea sta gradualmente riconquistando i campi. Sulla riva sinistra, nel Piano di Nazzano, l’agricoltura è invece ancora attiva, con coltivazioni di foraggi, ortaggi ed erba medica. In alcuni pendii è possibile osservare antiche pratiche agricole, come la vite “maritata” ad alberi tutori, testimonianza di tradizioni locali molto antiche. Oliveti e campi coltivati sono frequentati regolarmente da volpi e ricci, mentre nei canali di irrigazione trovano rifugio numerosi anfibi. Tra questi spiccano la rana appenninica, specie endemica e in declino, e la rana verde, i cui maschi in primavera formano rumorosi cori. Nei fontanili vivono anche il tritone punteggiato e il tritone crestato, facilmente riconoscibile nel periodo riproduttivo per le vistose creste dorsali dei maschi. Questi ambienti agricoli ospitano inoltre numerosi passeriformi insettivori, tra cui storni, capinere e pettirossi, nonché una ricca comunità di farfalle diurne, tra cui il vistoso macaone e il più discreto icaro, legato alle leguminose dei prati.
Le rupi rappresentano un ambiente più aspro ma non meno importante. Nella parete di Ripa Bianca si sviluppano arbusteti rupicoli con leccio e specie tipiche della macchia mediterranea. Qui trovano siti ideali di caccia e nidificazione diversi rapaci, come lo sparviere e il falco pellegrino. In primavera arrivano i coloratissimi gruccioni, che scavano i loro nidi nelle pareti sabbiose, mentre barbagianni e civette sfruttano questi punti sopraelevati per riposarsi tra una caccia e l’altra.
Nella riserva sono, infine, presenti diverse specie di pipistrelli, tra cui figurano il ferro di cavallo maggiore, il vespertilio maggiore, il pipistrello nano e il serotino comune. Tutte specie minacciate dalla perdita di habitat e dalla riduzione degli insetti, spesso legata all’uso di pesticidi.

LA VISITA
Il Sentiero Natura della Fornace si snoda lungo la sponda destra del Tevere, attraversando un’area di grande valore naturalistico dominata dal canneto e dal bosco ripariale. Prende il nome dalla vecchia Fornace, un tempo presente lungo il percorso, che oggi è interamente percorribile su passerelle in legno, che consentono di esplorare in sicurezza l’ambiente. Dal parcheggio della Riserva, sotto l’abitato di Nazzano, si scende verso il Tevere fino alla zona del Porto, dove si trova il punto informativo. Da qui inizia il sentiero, che attraversa un bosco di palude dominato da salici e ontani, habitat ideale per piccoli passeriformi, quali la capinera e il luì piccolo. Oltre la vecchia Fornace, il sentiero costeggia un versante boscoso ricco di querce, aceri e carpini. Lungo il cammino si possono ascoltare i canti di pettirossi e usignoli di fiume, mentre tra i canneti non è raro osservare le nutrie e, con un po’ di fortuna, il coloratissimo martin pescatore. Proseguendo, gli osservatori lungo il percorso permettono di affacciarsi su ampie anse del fiume frequentate da anatre, aironi e limicoli. Talvolta è possibile anche avvistare il falco di palude mentre sorvola il canneto in cerca di prede. Il percorso permette poi di tornare al punto di partenza costeggiando la riva destra del Tevere con spettacolari scorci sulla riserva. Il tempo totale della visita richiede circa due ore.

DUE CURIOSITA’
Il martin pescatore
Sull’acqua talvolta si può vedere sfrecciare con volo veloce e rettilineo un piccolo uccello coloratissimo: è il martin pescatore (Alcedo atthis). Lungo circa 18 cm, ha un aspetto compatto, con capo grande, coda corta e un lungo becco appuntito, simile a una daga. È uno degli uccelli più attraenti della nostra fauna, inconfondibile per il dorso verde-azzurro brillante che contrasta nettamente con il rosso-arancio delle parti ventrali. Trascorre molte ore appollaiato sui rami di cespugli o alberi lungo le sponde, utilizzati come posatoi di osservazione. Da qui scruta l’acqua in attesa della preda, per poi tuffarsi con estrema rapidità e catturare soprattutto piccoli pesci, ma anche girini, crostacei e insetti acquatici. Quando caccia più lontano dalla riva, sorvola la superficie dell’acqua e, una volta individuata la preda, si ferma per un istante sospeso a mezz’aria, in una posizione detta “spirito santo”, prima di lanciarsi in picchiata. All’inizio della primavera scava il nido lungo gli argini sabbiosi, realizzando un tunnel profondo circa 50–60 cm. La femmina depone in media 4–6 uova, covate da entrambi i genitori per circa tre settimane. Dopo altre quattro settimane i giovani sono pronti ad involarsi. La specie è oggi minacciata soprattutto dalla scomparsa delle zone umide, dalla cementificazione delle sponde e dall’inquinamento delle acque, che riduce la disponibilità di cibo.

La cannuccia di palude
La cannuccia di palude (Phragmites australis) è una graminacea perenne, rustica e resistente, molto diffusa nelle zone umide di quasi tutto il mondo. In Italia è una presenza tipica di paludi, laghi, rive fluviali, stagni e ambienti costieri con acque dolci o leggermente salmastre. Si riconosce facilmente per i fusti eretti e robusti, che possono superare i 3-4 metri di altezza, e per le grandi infiorescenze piumose (pannocchie) leggermente pendenti, di colore brunastro, visibili soprattutto a fine estate. La pianta cresce grazie a un esteso sistema di rizomi sotterranei, che ogni anno emettono radici e fusti avventizi, che le permettono di colonizzare rapidamente nuovi spazi e di resistere a periodi sfavorevoli. Dal punto di vista ecologico, svolge un ruolo importante. Stabilizza i sedimenti, limita l’erosione delle sponde e contribuisce alla depurazione delle acque, assorbendo nutrienti e sostanze inquinanti. I canneti offrono inoltre rifugio, siti di nidificazione e aree di alimentazione per numerose specie di uccelli, insetti, anfibi e piccoli roditori. Storicamente, l’uomo ha utilizzato i suoi fusti duri e rigidi per molti scopi: coperture di tetti, cesti, stuoie e come materiale da costruzione leggero. Oggi, i fragmiteti rappresentano un elemento prezioso del paesaggio e un indicatore della salute degli ecosistemi umidi.

 

Correlati di: Parchi e riserve

Niente più post da mostrare